Camorra, affari e curva la vita sballata dei teppisti a gettone

nostro inviato a Napoli

Un esercito trasversale, nascosto e arrabbiato. Unito dalla fede calcistica per il Napoli ma spesso anche, e soprattutto, dalla voglia di mettersi in mostra in risse, tafferugli e «caccia allo sbirro». Il pianeta-tifo nel capoluogo partenopeo è qualcosa che scotta. Lo sanno bene non solo gli ultrà di tutta Italia, dove gli hooligans partenopei si sono conquistati la fama di tifosi tra i più violenti, ma anche i magistrati della procura di Napoli e gli uomini delle forze dell’ordine. Perché le «gesta» dei guerrieri della domenica non si limitano a un ambito sportivo, per quanto distorto come nel caso degli scontri con tifoserie nemiche. Ma finiscono per riempire faldoni di indagini sulla criminalità, con pericolose contiguità con la camorra. Da poco il pm napoletano Antonio Ardituro ha chiuso un’indagine sui violenti incidenti contro polizia e vigili del fuoco a Pianura, quando si ipotizzava di riaprire una discarica a Contrada Pisani, nel centro a nord di Napoli. In quei giorni caldissimi dietro le trincee che bloccavano la strada di accesso alla cava scorrazzavano decine di ragazzi con le sciarpe azzurre del Napoli usate per nascondere il viso. Non era solo «passione territoriale»: secondo i magistrati antimafia c’era la mano della camorra dietro all'infiltrazione nel fronte del «no» di manovalanza ultrà dei quartieri settentrionali. Un interesse provato da intercettazioni telefoniche, con i clan locali pronti a sfruttare il «know how» nelle tecniche di guerriglia urbana maturato negli scontri da stadio per fomentare la rivolta contro le forze dell'ordine: «Mandiamo i guaglioni a fare bordello». Presto dalla procura, su questo episodio, arriveranno novità.
Che nel tifo organizzato napoletano non ci siano solo angeli non è un mistero nemmeno in questura. Arresti, sequestri di armi, appostamenti e indagini non sono una rarità. Lo conferma il dirigente della Digos partenopea Antonio Sbordone, uno che a ottobre scorso aveva saggiamente sponsorizzato il divieto di trasferta per gli ultrà azzurri proprio in occasione dello scorso Roma-Napoli, e che conosce bene la realtà delle due curve del San Paolo.
In una città come Napoli, è impensabile che non ci siano contiguità tra stadio e strada. «Dei 6-700 tifosi direttamente riconducibili alle sigle dei gruppi ultrà organizzati una buona parte, anche se non certo la maggioranza, sono pregiudicati», spiega. Ma mette in guardia: fare un parallelo tifo-camorra sarebbe troppo facile. «La situazione è più complessa. Molti dei capi dei gruppi organizzati sono ragazzi incensurati, ovvero dentro lo stadio non c’è una duplicazione delle gerarchie criminali». Insomma, ci sono affiliati ai clan che, almeno per i cori, prendono ordini da ragazzi dei quartieri-bene. Ma non tutti i gruppi sono uguali, e nemmeno le due curve del San Paolo. «La curva A è sicuramente più calda», sospira Sbordone. Quello è il regno di gruppi che la Digos tiene d’occhio da tempo: Teste Matte, Mastiff, Brigata Carolina, Niss (acronimo di «Niente incontri, solo scontri»). Appartenenti a uno di questi gruppi avrebbero «prestato» la loro opera anche negli scontri di Pianura. Ed erano proprio i tifosi della A quelli che domenica mattina per primi sono arrivati alla stazione Centrale, nel giorno dell’assalto al treno. Nell’altra curva la situazione, secondo le forze dell’ordine, è un po’ più tranquilla, anche se «spiccano» per intemperanze le molte teste calde dietro gli striscioni di Fedayn, Ultras 72 e Masseria.
Ma questa semplificazione non ha impedito che, a ottobre del 2007, alcuni capi di gruppi della Curva B e persino del settore distinti finissero in manette, con l’accusa di estorsione ai danni del Napoli calcio, minacciando la società con intemperanze (bombe carta e petardi in campo, ma anche intimidazioni personali ai vertici del club) per ottenere ogni domenica centinaia di biglietti omaggio, che poi venivano rivenduti per «finanziamento». Tra gli arrestati, insieme a esponenti degli Ultras 72, anche un capo «storico» dei Blue Tiger, gruppo dei distinti, Francesco Ruggiero, detto «bon bon»: sessantuno anni e ancora padrone del suo spicchio di stadio. Un luogo dove, secondo il pubblico ministero Ardituro, vigevano «regole ferree dettate da un'organizzazione rigidamente verticistica», e con preoccupanti contiguità a famiglie della criminalità organizzata. Ma se la struttura dei gruppi ha aspetti inquietanti, non destano meno preoccupazione i «cani sciolti».
Proprio un retroscena della guerriglia di due giorni fa in stazione lo prova, spiegano in questura. «La curva A, in occasione di una partita di ritorno di Coppa Uefa, aveva diffuso un volantino invitando ad andare a Roma in massa sì, ma senza incidenti. Volevamo dividere gli ultrà su vari treni ordinari. E i capi tifosi hanno tentato di aiutarci nel gestire la partenza. Ma dei tremila che si sono presentati in stazione, la stragrande maggioranza non obbediva a nessuno: né a noi né ai capi ultrà. Erano incontrollabili».