La campagna che ha mosso gli indifferenti

È stata la grande vittoria della gente comune contro il conformismo voluto da una prepotente élite di finanzieri, industriali, giornalisti. Un conformismo costruito intorno alla gente comune per arginarla, per irridere le sue aspirazioni, per umiliarla nella sua vita quotidiana. Questa campagna elettorale, tanto disprezzata dal salotto buono della borghesia italiana, è stata capace di portare al voto persone indifferenti alla politica, sollecitando la loro responsabilità, impegnandole in un progetto sul futuro.
Dovevano essere elezioni già segnate da tempo nel loro esito; la grande stampa picchiava duro su Berlusconi e sul popolo di centrodestra presentandoli come il peggio che potesse esprimere l’umanità; si doveva soltanto attendere che si risolvesse questo piccolo fastidio democratico che sono le elezioni per avere finalmente un’Italia governata da politici illuminati, da industriali intelligenti, da banchieri con l’accento di Oxford, da giornalisti geniali che capiscono le cose prima ancora che accadano.
E invece non sono state le elezioni che desiderava il conformismo italiano, nostalgico di quando si andava a votare un anno sì e uno no con lo stesso entusiasmo con cui si fa la fila alle Poste per pagare il canone della televisione. Allora i palati raffinati della politica discutevano dottamente sullo spostamento dello 0,2 dalla Dc al Pri. Oggi fa evidentemente schifo riflettere sul fatto che si sono spostati da una parte all’altra oltre 12 milioni di voti. E infatti il conformismo politico-giornalistico giudica queste elezioni le più disgustose della storia della Repubblica, osservando con disprezzo l’assalto al seggio elettorale dei ricchi e di quelli che vogliono arraffare la ricchezza, come hanno sottolineato su Repubblica dall’alto della loro competenza Bocca e Serra, avendo essi notoriamente stipendi da ferrovieri.
E invece è capitato che Berlusconi sia riuscito a rovesciare il tavolo da gioco dove le carte erano già da tempo accuratamente distribuite, trasformando queste elezioni non nelle più brutte, ma nelle più belle della storia repubblicana italiana perché i leader hanno dovuto parlare con il popolo: tutti i leader, di destra e di sinistra. Perché i leader hanno dovuto affrontare, senza più alibi, i mezzi di comunicazione di massa moderni, quelli che ormai la gente usa con disinvoltura e che, per il rapporto diretto, duro, esplicito con la gente, i politici temono, abituati alla protezione degli apparati di partito e alle veline dei giornali.
Lo scrittore Honoré de Balzac diceva che le elezioni sono come un orgasmo della democrazia. Aveva in mente l’origine festosa e fiera della democrazia. Tempi lontani, ma qualcosa di questa visione orgogliosa in cui il popolo pretende risposte dai suoi capi, vuole capire e sapere cosa succederà, e poi decidere, qualcosa di questa voluttà popolare è ritornata nelle elezioni della scorsa settimana.
E sarà difficile dimenticare questa lezione di democrazia che è stata in grado di mobilitare le speranze della gente, di metterla in guardia da possibili rischi, di aprire un nuovo orizzonte di vita. Certo, si dimentica tutto alla svelta ed è evidente che il conformismo tornerà a puntare quanto prima sui depressi, delusi e disgustati per consolidare l’alleanza politica, giornalistica, finanziaria, ricordando con un disprezzo che tradisce il proprio esclusivismo, il proprio elitarismo, l’irruenza democratica che ha contraddistinto la campagna elettorale di Berlusconi.
È invece auspicabile che Berlusconi vada avanti, che non interrompa il dialogo con il suo popolo anche nell’occasione delle elezioni intermedie, scegliendo uomini e argomenti in grado di parlare alla gente con la stessa franchezza e con lo stesso entusiasmo che abbiamo conosciuto nelle scorse settimane.