La campagna dell’altro Burlando

Pareva una provocazione, quando sono apparsi i primi manifesti in città, con scritto su: «Claudio Burlando si inventa tutto». Poi, sono venuti gli altri messaggi. Tipo: «Claudio Burlando scrive sui muri». E anche: «Claudio Burlando non segue le regole». C’è chi ha pensato a una campagna elettorale del Popolo delle libertà, chi ha evocato un blitz della destra più conservatrice e reazionaria, ai limiti della querela, e chi si è limitato ad applaudire, considerando che in fondo in fondo gli slogan sbattuti sui muri fossero tutt’altro che campati in area. Nessuno ha pensato, invece, alla semplice verità, almeno finché non si è messo a leggere anche i caratteri piccoli dei manifesti: si trattava di una trovata, a metà strada fra l’ironia e l’autoironia, pensata e realizzata da un omonimo dell’attuale presidente della Regione Liguria. Un omonimo che però di professione fa il pubblicitario, e non ha trovato di meglio e soprattutto di più originale che pubblicizzare se stesso e la propria struttura professionale giocando sull’equivoco.
Ecco che allora, dalla mente fervida del creativo, titolare dell’agenzia Curiositas, è uscita l’idea in grado di lanciare il prodotto-servizio nella maniera più intrigante e accattivante possibile, sfruttando, fra l’altro, il periodo preelettorale che vede sfilare per settimane, sotto gli occhi dei cittadini, una marea di messaggi di difficile approfondimento. Tutto questo, pare, senza che il Claudio Burlando pubblicitario si facesse molti problemi su cosa poteva comportare «il fatto» per il Claudio Burlando presidente della Regione Liguria. D’altronde, fa notare giustamente il titolare di Curiositas, «mica è colpa mia se mi chiamo così». Non c’è trucco, non c’è inganno. Solo questione di anagrafe. Il ragionamento è questo, in sostanza: se mi chiamo così e devo mettermi in evidenza per comunicare l’attività, è perfettamente lecito che utilizzi il mio nome, anche se, guarda caso, è lo stesso nome di... Il coinvolto, suo malgrado, nella faccenda, dal palazzo di De Ferrari non ha fatto una piega: «Sapevo che c’era un mio omonimo - ha detto -, e non è neanche il primo caso, l’altra volta era un commercialista. Vedremo se ci sono gli estremi per fare qualche intervento». Comunque, pare, non all’anagrafe di corso Torino.