La campagna dell’odio

È partita la consueta logora campagna di odio contro Israele. La sinistra filo terrorista italiana la combatte nel modo abituale: bruciando bandiere israeliane e disegnando come una svastica la stella di David, come ha fatto ieri a Milano, rievocando massacri finti come quello di Genin, stampando titoli e foto truculente dalle quali si evinca che l’azione armata, invece di essere la risposta inevitabile a mesi di attacchi di missili Grad, sia preordinata strage di bambini, assoldando i peggiori pennivendoli della pseudo satira per dimostrare che a Gerusalemme comandano tiranni assetati di sangue e non rappresentanti di uno Stato democratico che difende il proprio diritto alla sopravvivenza. Non importa che questa volta anche tra i palestinesi ci sia una critica dura del terrorismo di Hamas, non conta che perfino Mahmoud Abbas, capo dell’Autorità palestinese, subito dopo l’inizio della rappresaglia israeliana, abbia trovato la voce per imputare a Hamas la rottura continuata della tregua e dunque la principale responsabilità della tragedia dei civili a Gaza, che vengono usati come scudi umani senza la minima remora. Non importa neanche che Hamas non riconosca il diritto di esistere a Israele, e che sia finanziato da Iran e Siria, come un tempo era finanziato da Saddam Hussein. Niente, le ragioni della cronaca e della storia non vengono prese in considerazione. Il copione dei cattivi guerrafondai contro il popolo armato solo di sassi e disperazione si replica sempre uguale a se medesimo.
A me Vauro non piaceva neanche quando si provava a far ridere, figuratevi oggi che fa il vignettista reporter di pace, comizieggia da Santoro, regge lo strascico a Gino Strada, e si è messo «Emergency» a stemma nobiliare sul biglietto da visita. È quello che enuncia pensoso che «purtroppo Obama non è Che Guevara», senza percepire di aver detto per una volta un’autentica frase spiritosa. Ma a rendere odiosa e infame la sua performance di ieri sulla prima pagina de il manifesto, che qui vedete ripubblicata, c’è qualcosa di più e di peggio, una sindrome maschilista volgare che ha già visto prodursi grandi firme come Andrea Camilleri e Lidia Ravera, quelli che Mariastella Gelmini non è un essere umano e cosa sia bisogna chiederlo a un professore di chimica, Condi Rice non è una donna, è una scimmia. Nella sinistra orba di voti e di idee rischia di diventare una nuova anche se vecchissima forma di polemica. Per i moltissimi che a ragion veduta quel giornale non guardano, mi provo a spiegare che la macellaia sanguinante è Tzipi Livni, ministro israeliano degli Esteri, e che a commento delle sue mani lorde il Vauro tira fuori nientemeno che la seguente frase, frutto sudato di reminiscenze letterarie: «Se questa è una donna...».Già, perché una donna, per questi signori, deve o stare a casa a fare la calzetta tra una poppata e l’altra, o vestire l’abito di vestale di pace e scendere in piazza contro i maschi cattivi. Intendiamoci, se fa la kamikaze e sotto il burqa si infila l’esplosivo, quella è pure una richiesta di pace, disperata ed estrema, ma in ogni caso nobile. Tanto è vero che velo e burqa, secondo loro, andrebbero consentiti anche in Italia, e sulle foto dei documenti di identità.
Intendiamoci, il pregiudizio anti israeliano è molto ben diffuso anche nel resto dei media italiani ed europei, e piaga le dichiarazioni di politici e diplomatici quando denunciano la presunta sproporzione della reazione, o piagnucolano sulla sorte di civili che proprio da Hamas andrebbero difesi. Ma nei toni dei cattivi presunti maestri della sinistra c’è ormai uno svaccamento, una disperazione che fa gettare loro la maschera del politically correct per ricorrere all’insulto sessista e razzista. Sono ridotti proprio male, ma sono ancora pericolosi.