Campagna, un Papy Ultras vittima della «sconnessione»

Filosofia foggiana per la sopravvivenza nella modernità. Si potrebbe riassumere così lo spirito che anima gli spettacoli di Pino Campagna, comico e cabarettista che un bel giorno di vent'anni fa mollò il Gargano per conquistarsi pane e riflettori su al Nord, nella Milano capitale della risata da locale. Ancora oggi, dopo quattro lustri vissuti sotto la Madonnina, Pino Campagna non ha esitazioni nel sentirsi figlio adottivo della città: «Quando scendo a casa in Puglia, o faccio le tournée tra Foggia, Lecce e Bari, mi sento molto bene, parlo un linguaggio immediatamente recepito dalla gente, ma è qui a Milano che mi sono costruito tutto. Perché questo è ancora un posto dove, se vieni armato di buone idee e di voglia di fare, le cose te le riconoscono. Sì, c'è meritocrazia, come si usa dire. E di questi tempi non è mai una cosa scontata». Il Pino armato di una faccia da schiaffi da competizione torna in scena - sul palcoscenico del Teatro Derby da questa sera a domenica (ore 21, ingresso 20 euro, info: 02-76016352) - con Non solo Papy Ultras, un monologo show dei suoi, di quelli che lo hanno reso celebre prima nei locali cittadini e poi in tv, nella grande famiglia di Zelig. «Sì, per i cabarettisti della mia generazione la parabola era ancora questa: si faceva gavetta nei locali; io l'ho fatta al Derbino, al Ca' Bianca e poi a Zelig Cabaret. Dopodiché, solo dopo una serie importante di palchi, conquistavi il palcoscenico televisivo. Ma oggi tutto è veloce: la conquista dei riflettori, ma anche l'uscita dal loro raggio d’azione e d'attenzione. E la tecnologia c'ha messo del suo». Ecco perché, insieme nei racconti di Papy Ultras e nelle battute-tormentone che hanno reso Pino Campagna celebre («Papy ci sei? Ce la fai? Sei connesso?») c'è molto dello «spiazzamento» di chi, per ragioni generazionali, non riesce a stare al passo con una gioventù iper-connessa, velocissima e, ebbene sì, superficiale per questioni di tempo.
«Io ho due figli - spiega divertito Pino - ed entrambi come linguaggio hanno l'internettese, vanno a monosillabi, frasi in codice, un modo di parlare liofilizzato. E poi si fanno cinquecento amici su Facebook. Li chiamano amici, tra l'altro. Ai miei tempi io avevo una sola amica, magari non era neppure una bellezza, ma con quell'amica ci facevo cose da turchi. Questi parlano e parlano, anzi “chattano”, e alla fine non concludono niente. Il loro computer ha il pulsante on e off, il mio invece appicc e stut, in foggiano». E proprio le differenze tra Nord e Sud sono un altro dei percorsi comici del Campagna emigrato, che risolve a colpi di dialetto e di imprecazioni in vernacolo le mille difficoltà dell'integrazione. «Papy Ultras torna poi nel finale dello spettacolo - spiega Pino -. È un personaggio che mi ha dato tanto e lo uso come una bottiglia di champagne, da stappare assieme al pubblico che mi è sempre stato vicino». Sul palco, Campagna si aiuterà con qualche diapositiva e raccoglierà da un tavolo oggetti utili al suo racconto. «Mi aiuto con qualche immagine e qualche oggetto che racconti della nostra Italia - spiega -. C'è anche una sciarpa che invoca la Padania ma alla fine faccio solo satira di costume, non politica. Il mio resta un cabaret popolare». Dopo Non solo Papy Ultras, Pino Campagna ha in preparazione un nuovo spettacolo, atteso dalla prossima primavera: «Si intitola I figli non crescono più - rivela il comico -. Prendo come spunto alcuni scritti dello psicologo Paolo Crepet e analizzo un po' il rapporto padre e figli. Nel discorso inserirò la parte che ha la televisione in questa relazione: racconterò di certa pessima tv attuale, quella dell'urlo a tutti i costi, quella sguaiata e malata di gossip, quella dove i non-personaggi del Grande Fratello per sei mesi fanno le star e poi, finita la baldoria, non ci si ricorda non dico il nome, nemmeno la faccia!». Lo spettacolo atteso questa sera al Derby, invece, tornerà a metà marzo a Milano, al Teatro Osoppo.