La Campania paga l’ecomostro dell’assessore

Costruito nel ’64, è un rudere inutilizzato In cambio della sua demolizione, la società titolare otterrà pure la concessione per costruire un nuovo hotel poco lontano

Il Fuenti, il padre di tutti gli «ecomostri» sulla costiera amalfitana, è stato demolito a spese dei proprietari. I tre edifici di Punta Perotti, sul lungomare di Bari, idem. L’abbattimento dello scempio di Alimuri, un albergo di cinque piani mai finito sulla penisola sorrentina, ricadrà invece sulle casse dello Stato. Governo e Regione Campania si accolleranno oltre metà del costo preventivato più gli oneri straordinari. In aggiunta, i possessori potranno rottamare la struttura costruendo un nuovo hotel grande uguale (18mila metri cubi, un centinaio di camere) a poca distanza dalla conca di Alimuri. E avranno il tratto di litorale liberato dal cemento e restituito alla sua bellezza naturale. Un affarone.
Ma perché tanta generosità verso i titolari di un immobile abusivo, un obbrobrio nato 43 anni fa di cui il comune di Vico Equense decise l’abbattimento nel 1971 dopo l’altolà della sovrintendenza? Forse perché esso appartiene alla famiglia della moglie di Andrea Cozzolino, assessore regionale alle Attività produttive, diessino, ritenuto il delfino di Antonio Bassolino e probabile futuro leader campano del Partito democratico? Contro l’accordo, siglato a Palazzo Chigi il 19 luglio, si è già mossa l’ala radicale della sinistra. Verdi e Legambiente giudicano «inconcepibile» il patto («premiata un’operazione speculativa»), mentre Rifondazione ha depositato un’interpellanza urgente firmata da 33 senatori per bloccare questo «regalo ai privati».
LA STORIA. È il classico intrigo urbanistico-ambientale, farcito di licenze, ricorsi, revoche, rinvii. La concessione per costruire un albergo nella conca di Alimuri, una grande struttura direttamente sul mare in un’insenatura intatta, viene rilasciata nel 1964 e rinnovata nel ’67. Quattro anni dopo la Sovrintendenza ferma i lavori e il comune di Vico ordina la demolizione. Nel ’76 la Regione annulla la licenza, ma Tar e Consiglio di Stato annullano l’annullamento. I lavori riprendono ma vengono fermati nel 1986 perché il costone roccioso retrostante dev’essere consolidato. Lo scheletro si trasforma in discarica, un rudere abbandonato da cui la Capitaneria di porto di Castellammare di Stabia ordina a barche e persone di stare alla larga. Nell’87 il nuovo Piano paesistico della penisola sorrentina proibisce definitivamente di costruire sul suolo di Alinuri: divieto che si aggiunge al vincolo idrogeologico, mentre l’Autorità di bacino del Sarno inserisce la scarpata pericolante tra le zone ad alto rischio.
Nonostante i problemi ambientali e di sicurezza, qualcuno intravedeva ancora un business nell’albergo della conca: è il padre di Anna Normale, imprenditore tra i maggiori impresari edili di Napoli, che nel 1984 acquista la struttura con la società Sa.An. srl. «L’immobile era perfettamente in regola», dice oggi l’avvocato Luca Lemmo, uno dei legali della famiglia Normale.
LE TRATTATIVE. Gli incontri sul futuro della carcassa di cemento vengono avviati tra il 2002 e il 2003, mentre fervono i preparativi per il matrimonio tra Anna Normale e il braccio destro di Bassolino: nozze celebrate il 19 luglio 2003 e seguite da una festa memorabile durata due notti nella piazzetta di Capri. Nel 2004 l’assessore regionale al Turismo, Marco Di Lello, predispone una bozza di mediazione piuttosto favorevole ai proprietari: essi, in cambio delle spese dell’abbattimento (il consolidamento delle rocce restava a carico della Regione), ottengono una cubatura pari al 70 per cento di quella demolita e la possibilità di aprire uno stabilimento balneare su metà spiaggia: il resto resta libero. Non se ne fa nulla. Il 16 gennaio 2004 l’avvocato Lemmo mette per iscritto alla Regione la disponibilità «a procedere alla demolizione del complesso a nostre spese e a cedere al comune di Vico una parte del suolo di nostra proprietà per uso pubblico». Ma tre anni dopo la Sa.An. spunta un accordo molto più vantaggioso.
LA FIRMA. «La controffensiva di Rutelli», così annuncia il ministero dei Beni culturali, segna la svolta: il leader della Margherita frena la Regione che in maggio voleva avviare la pratica per revocare la licenza edilizia puntando al compromesso. Ed eccoci al 19 luglio scorso, quarto anniversario dello sposalizio Cozzolino-Normale, quando governo, Regione, Provincia, Comune e proprietari sottoscrivono il «patto di Alimuri». A ottobre saranno avviati lavori per rinforzare le pareti rocciose, demolire la costruzione e riqualificare l’area. Spesa prevista 1.100.000 euro, di cui 500mila a carico della Sa.An. e 600mila a metà tra ministero e Regione, che si accolleranno anche eventuali maggiorazioni: e secondo il sindaco del vicino comune di Meta, Giuseppe Dilengite, per la messa in sicurezza occorrono cinque milioni di euro. Comune, Regione e Sovrintendenza si mettono subito in moto per modificare il piano regolatore di Vico Equense e consentire ai Normale di edificare un albergo di cubatura pari a quello abbattuto (l’area sarebbe già stata individuata). Una rottamazione, via l’usato in cambio del nuovo. I proprietari potranno infine collocare sul lido «strutture turistico ricreative di facile rimozione e bassissimo impatto ambientale». Una spiaggia nuova ed esclusiva.
LE POLEMICHE. Sono scoppiate subito, e all’interno stesso del governo. I più arrabbiati sono gli ambientalisti locali, non solo in quanto nemici storici dell’«ecomostro», ma soprattutto perché ministero e Regione «amici» (entrambi di sinistra) li hanno tenuti fuori dai negoziati. «In nessun Paese del mondo lo Stato risarcisce chi ha commesso un abuso», protesta Franco Cuomo, leader del circolo Vas (Verdi Ambiente Società). Il ministro Alfonso Pecoraro Scanio prima appoggia la soluzione, poi tuona che «non si può demolire un ecomostro in cambio di nuovo cemento». Gli urbanisti contestano le procedure: «La disciplina urbanistica degli interventi sul territorio è stata sempre ritenuta non contrattabile con i privati», ha scritto Guido D’Angelo sul Corriere del Mezzogiorno. Il senatore Tommaso Sodano di Rifondazione raccoglie 33 firme (tra cui Russo Spena, Salvi, Villone, Menapace) sotto un’interpellanza cui il governo dovrà rispondere entro settembre nella quale si denunciano «particolari sempre più inquietanti, mentre le istituzioni non chiariscono i quesiti fondamentali».
RUTELLI NON FA UNA PIEGA. «Abbatterlo costa - si difende - e qualcuno forse immagina che possa provvedere lo Spirito Santo. Altri lamentano che i titolari avranno in cambio una licenza per costruire un nuovo albergo dove non vi siano vincoli paesaggistici. Proteste per un albergo, mica per una fabbrica di armi chimiche». In fondo non ha torto: in una regione dove non si riesce a smaltire neppure una lattina di birra, lui ha compiuto il miracolo di riciclare una montagna di cemento. A proposito, dove finiranno le macerie? Mistero. «Verranno conferite a norma in alcune discariche», garantisce il ministro. In Campania? «Il sito finale sarà deciso dalla società che vincerà la gara per abbattere l’ecomostro - precisa la Protezione civile -. Ogni camion sarà accompagnato da pattuglie delle forze dell’ordine».