Come campare (bene) senza il supertelefonino

Se non ho capito male si tratta di quanto segue. Un telefonino 1) con cui è complicato telefonare; 2) con cui non puoi inviare a qualcuno un messaggio scritto (l’sms) ricevuto da qualcun altro; 3) con cui non puoi ricevere immagini (gli mms); 4) che ha una batteria che dura meno di cinque ore; 5) la quale batteria tu, cliente, non puoi cambiare. Quindi, se regalassi questo aggeggio alla mia cuginetta di 12 anni, lei avrebbe tutto il diritto di sputarmi in un occhio, essendo dotata di un cellulare che funziona alla perfezione. Dunque, non lo regalerò a nessuno. Soprattutto, non me lo regalerò.
Il prezzo non c’entra. Si parla di 499 o 569 dollari. Praticamente è regalato, perché, come spiegava sul Giornale di ieri il nostro ipertecnologico Nicola Porro (fra i pochi mortali ad averlo avuto in prova prima del lancio commerciale), questa macchinetta, in compenso, fa un mucchio di altre cose. Un’infinità di cose. Dico «un’infinità» pensando al soprannome che gli hanno dato negli Stati Uniti: «the God machine», la macchina di Dio. Proprio come Dio, infatti, non è mica tenuto, l’iPhone, a render conto a noi umani (pardon, clienti) dei suoi difetti. A pensarci bene, in fondo, tsunami e terremoti sono molto peggio di batterie scariche e foto non inviabili... E poi, via, i difetti si possono correggere. Anzi, sono straconvinto che in questo preciso momento, mentre sto scrivendo queste inutili righe, i cervelloni di Cupertino (California), che sanno il fatto loro, li stanno già correggendo, mettendo a punto una nuova versione...
Un celeberrimo corrispondente italiano dagli Usa (che come Porro ha testato in anteprima ’sto Melafonino - dove Mela sta per Apple, l’azienda che lo produce) scriveva ieri: «L’America sta rinunciando a produrre le cose, e si sta concentrando sul come produrre le idee che fanno funzionare le cose». Ricordo che un tale, tanto tempo fa, voleva dividere la res cogitans dalla res extensa, cioè, detto in termini basic, le idee dalle cose. Ma poi ha dovuto rifugiarsi nella ghiandola pineale, quell’angolino del nostro cervello che è l’unico posto al mondo dove mente e corpo, finalmente, vanno d’accordo...
A proposito di posti. Dice Porro: «Se non avete idea di dove vi trovate, l’iPhone ce l’ha». E qui da Descartes dovremmo passare al buon vecchio Eratostene, direttore e amministratore delegato della biblioteca di Alessandria, il quale, usando un bastone, i raggi del sole e una considerevole dose di sale in zucca, misurò, nel III secolo avanti Cristo, la circonferenza della Terra. Ma lasciamo perdere. «La macchina di Dio» ti dice dove sei, quanto al perché dobbiamo attrezzarci da soli. Siamo o non siamo la touch screen generation? Sfioriamo lo schermo del Melafonino e, come per incanto, varchiamo la soglia del magico mondo del «Quant’altro» (cfr. Corriere della Sera e Messaggero di ieri, non Porro, sia lode a lui), infinito emporio dell’accessorio indispensabile.
Il sesso, per esempio, non è forse il prodotto più accessoriamente indispensabile e indispensabilmente accessorio? Certo che sì. Devan Cypher, che ha condotto una ricerca per una società di San Francisco, definisce già l’iPhone «il miglior amico del porno». E Farley Cahen, vicepresidente dello sviluppo commerciale di un network che riunisce i colossi dell’intrattenimento per adulti (leggi: tette e culi), spiega che «in un anno sono sbocciati un centinaio di siti porno solo per iPhone, e si aspetta l’uscita su mercato dell’iPhone 2.0 per creare una rete capillare di siti a tema». Un’antica leggenda della quale avrete sicuramente sentito parlare vuole che la Mela sia il «frutto proibito». Proibito da chi? Be’, sarebbe un po’ lungo spiegarlo. Diciamo non dalla «macchina di Dio».
Daniele Abbiati