Campari, 100 milioni di risarcimento chiudono la «dynasty»

La sentenza sullo scontro nella famiglia Garavoglia: una delle sorelle fu illecitamente estromessa dal controllo del gruppo

Paolo Stefanato

da Milano

«Squezee out». Su questa espressione finanziaria anglosassone, vagamente onomatopeica, si è giocata una delle più accese controversie familiari degli ultimi anni, che ieri ha visto soccombere Luca Garavoglia, presidente della Campari, insieme alla sorella Alessandra e alla madre Rosa Anna Magno, alle accuse e alle richieste della sorella Maddalena. «Squeeze out», in gergo, è un’operazione finalizzata a estromettere gli azionisti di minoranza. Maddalena, che fino al 2000 partecipava insieme ai congiunti al controllo del gruppo industriale, ne fu vittima e avviò per questo una tenace battaglia processuale. Ieri il tribunale civile di Milano ha condannato i fratelli e la madre a versarle un risarcimento di 100 milioni di euro, più 892mila euro di spese processuali. Un portavoce si è affrettato a far sapere che «la famiglia è perfettamente in grado di fronteggiare finanziariamente questo accadimento». Nei confronti di Luca Garavoglia e della madre Rosa Anna oggi comincia il processo penale per i reati legati alla vicenda: falso in bilancio e truffa. Secondo i giudici che ieri si sono espressi per il risarcimento, la famiglia Garavoglia ha violato i principi di lealtà e di correttezza nell’esecuzione del patto sociale stabilito alla morte di Domenico Garavoglia, marito di Rosa Anna Magno, avvenuta nel 1992.
La storia risale al 2000, anno in cui furono deliberati all’improvviso due aumenti di capitale nelle finanziarie di famiglia Fineos e Fincorus, che avrebbero costretto Maddalena - contraria all’operazione - a sborsare qualcosa come 100 miliardi di lire in meno di tre settimane. Se non l’avesse fatto, la sua partecipazione si sarebbe diluita al punto da venire quasi azzerata. Maddalena decise dunque di vendere in fretta e furia all’Ubs, che rilevò le quote pagandole 180 miliardi. «Un passo - sta scritto nella citazione di Maddalena contro i familiari - che l’ha salvata dal disastro economico ma che non avrebbe mai voluto fare». Gli aumenti di capitale furono poi ritirati, e questo sembrò avvalorare la tesi della loro finalità strumentale all’uscita dell’azionista.
Le affermazioni della difesa erano altre: si stava studiando un attacco ostile (e per questo segretissimo) al colosso francese Pernod Ricard, che avrebbe comportato un impegno finanziario non inferiore ai 2mila miliardi di lire; progetto che poi sfumò - secondo l’accusa proprio a causa della cessione della quota da parte di Maddalena - rendendo inutile la ricapitalizzazione. L’anno successivo, il 2001, la Campari sbarcò in Piazza Affari: e a questo passo fu spinta, disse la famiglia, proprio dalla necessità di riacquistare le quote in mano agli svizzeri.
Maddalena contemporaneamente chiese un risarcimento di 420 miliardi di lire, stimando in 600 miliardi il valore dalla propria partecipazione «se venduta in un contesto diverso, qualificato da una condotta di soci e amministrtarori improntata alla buona fede». Fino all’ultimo, proprio alla vigilia della sentenza, i legali delle due parti - uno stuolo di nomi prestigiosi - hanno cercato un punto d’incontro che non c’è stato. Il gruppo, che nel 2000 fatturava 434 miliardi di lire, nel 2005 ha registrato ricavi per 810 milioni di euro: il quadruplo. Il titolo in Borsa in cinque anni ha guadagnato il 120% (ieri meno 1,06%: ma la Campari, in questa vicenda, non c’entra se non come oggetto del contendere). La richiesta di Maddalena di riacquistare le quote a suo tempo cedute non è stata accolta. Quanto alla vicenda penale, gli imputati confidano nella prescrizione.