Campbell e Gay Due trionfi mondiali nati in prigione

«Lei insegna ai suoi allievi a barare», disse l’anno scorso a Lance Brauman il giudice Monti Belot di Wichita, Kansas, dopo avergli inflitto una condanna a 366 giorni di carcere. Ineccepibile. Ma Brauman è anche uno che insegna ai suoi allievi a correre più veloci di tutti. Scovò Tyson Gay in una gara scolastica nel Kentucky e lo reclutò offrendo un lavoro alla madre e al patrigno, all’epoca operai alla catena di montaggio della Toyota. Domenica Gay ha vinto l’oro mondiale sui 100 a Osaka. Sempre Brauman, prima dei Giochi di Atene, studiò un calendario di gare specifico per Veronica Campbell: la giamaicana lo premiò cogliendo l’oro olimpico sui 200. E da ieri, in Giappone, è anche iridata sui 100, titolo strappato in una finale sorprendente, chiusa sul filo di un fotofinish che giudici distratti hanno interpretato a fatica. Per il grande pubblico gli allenatori dell’atletica sono figure misteriose, personaggi defilati cui corridori e saltatori rivolgono sguardi e gesti fra una prova e l’altra. Ma nessuno, ai mondiali in corso in Giappone, è defilato quanto Mr. Brauman, che sta scontando le ultime ore di condanna in un carcere del Texas, dove lavora come impiegato e deve prenotarsi per poter guardare la tv.
Nel 2002 Brauman venne ingaggiato dall’università dell’Arkansas e pensò di condurvi i suoi migliori discepoli. Ma le norme che regolano lo sport dei college americani e le borse di studio sono severe: emerse che il tecnico aveva aiutato Gay e altri in modo non regolare, provocando spese extra per decine di migliaia di dollari alla Federazione Usa e all’ateneo. Dopo la condanna per frode postale, peculato e furto, Brauman ha invitato a cena Gay, la Campbell e altri atleti e, fra le lacrime, ha consegnato a ciascuno di loro un programma di lavoro per la stagione iridata. Il resto lo ha fatto nelle visite in carcere e riducendo le chiamate a casa per dividere i 300 minuti di telefonate mensili fra i «suoi» velocisti. «Gli basta sentire come rispondi - confessa l’Usa Wallace Spearmon, che oggi corre i 200 a Osaka - per valutare come stai: ’Ieri non ti sei allenato’, oppure ’hai fatto mezz’ora meno del dovuto’». Gay, riconoscente, dice che Brauman resta il suo coach, anche se è stato l’ex-sprinter Jon Drummond a insegnargli l’uscita dai blocchi e che l’assenza del suo «guru» lo ha fortemente motivato, «costringendomi ad assumere nuove responsabilità, senza qualcuno che mi controllasse, un’esperienza che mi ha reso un atleta del tutto diverso».
Più forte di Asafa Powell, forte come la Campbell, regina di un terzo giorno di gare a Osaka che ha offerto altri protagonisti. Già noti, come Kenenisa Bekele, l’etiope che si è preso il terzo titolo mondiale di fila sui 10.000 pur dovendo soffrire fino ai 200 finali. O come il bielorusso urlante Ivan Tikhon, terzo oro nel martello, all’ultimo lancio. E meno noti come il portoghese di sangue africano Nelson Evora, inatteso signore del triplo. Dieta rigida per l’Italia, in semifinale Obrist 10° nei 1500, la Reina out nei 400. Bettinelli e Ciotti, nell’alto, non saltano i 2.29 che servono per qualificarsi. Oggi, dalle 12.30, si assegnano le medaglie del disco, dei 3000 siepi e dei 400 hs per gli uomini, asta, lungo e 800 per le donne. E si aspetta Andrew Howe, il nostro saltatore in lungo in gara nelle qualificazioni quando in Italia sarà l’alba di domani. Ieri ha detto di sentirsi «il serpente che sta sotto l’acqua ed è pronto a colpire. Il favorito è il panamense Saladino ma sarà una guerra e anche se in questa stagione non ho fatto il ’saltone’ che mette in soggezione gli avversari, sono pronto». Lui e il suo coach. Un’altra storia particolare. Perchè ad allenare Howe è mamma Renè.