Al campetto, per il torneo «Fave e formaggio»

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Sotto la «Chiesa di San Pietro», il campetto è ora deserto. I miei ricordi vagano nei tempi in cui a Porto Venere esisteva una squadra di pallacanestro, che giocava proprio lì le partite del campionato. I giocatori delle squadre ospiti si cambiavano nei locali del circolo ricreativo «Enal» ubicato all’inizio di via Giovanni Capellini (il carruggio), che poi percorrevano interamente, i più fortunati in tuta, per raggiungere il campo di gara, già, con le linee, i cerchi e i semicerchi tracciati con la calce.
Erano i tempi di Andrea Sturlese, Edgardo Leandri, Efisio Daga, Eligio Visalli, Giovanni Duchiron, Gaetano Baracco, Luigi Mussio (Lele), Mario Gianardi, Nilo Ribolini, Rino Lamia, Antonio Viaggi, allenati con passione ed entusiasmo da Lino Bertalà (Baccalin) e degli arbitri Sauro Cattaneo, Umberto Costi, Maurizio Fiori, Oscar Guglielmone e Cesare Simonelli.
Più tardi il ruolo di allenatore del «Porto Venere» venne preso da Eugenio Sturlese (Nino), ed i componenti della rinnovata squadra, che disputò alcuni campionati eccellenti, oggi sono tutti uomini realizzati.
Uno di questi, Mario Sbrana, non ancora diciottenne, venne selezionato per la «Rappresentativa Regionale Ligure». Uomo estremamente riservato è morto nel maggio del 2003 e spero che ora non se ne abbia, se cito il suo nome abbinato a quello, per le sue capacità, del «Riminucci» di Porto Venere. Si distinse anche Emilio Della Croce, attuale titolare col fratello Piero dell’albergo «Belvedere», che, nel 1958, alla «coppa Liguria» disputatasi in Genova, venne premiato quale miglior giocatore del torneo.
In quel campo giocarono i migliori cestisti della Provincia, da Fulvio Bonansea a Mauro Bombardini, quest’ultimo, in assoluto, il miglior talento che la pallacanestro spezzina abbia espresso: dal 1953 al 1959 titolare del «Cama» di Livorno che, in quegli anni, disputava il campionato di serie «A».
Parallelamente ai ricordi della pallacanestro, vi sono quelli legati al calcio.
Le prime squadre del paese che mi sovvengono, sono il «San Pietro», l’«Ausonia», «La Palmaria» e il «Vaporetto», quest’ultima così chiamata perché in quella zona del paese vi era ubicato un pontile ove attraccava l’«Esperia», il traghetto che ogni giorno faceva servizio per La Spezia.
I giocatori del «San Pietro» indossavano delle maglie di colore azzurro, quelli dell’«Ausonia» di colore rosso. La rivalità fra le due squadre era molto accesa, anche, e non fu casuale la scelta del colore delle maglie, per collocazione politica. I primi tornei vennero dominati dall’Ausonia che, col tempo, dovette cedere al progressivo crescere delle maglie azzurre. Nella prima partita disputata fra le due squadre, il San Pietro subì una vera batosta, che per mio fratello Primo, impotente, nel ruolo di portiere, a frenare gli assalti dell’attacco avversario, si tramutò in una disfatta.
Gli anni trascorrono, ma per il campetto sembra che il tempo si sia fermato. L’animatore indiscusso delle partite è Nilo Ribolini, che continuò a giocare fin quasi a sessant’anni. Tutte le sere, in specie durante l’estate, insieme a tanti amici, lo aspettavamo sul campo di gioco. Quando finalmente appariva dalla scaletta che affianca il manufatto a monte della «Locanda San Pietro», vestito con una maglietta a girocollo e con un paio di pantalonacci blu tenuti invita da un pezzo di corda che lasciavano intravedere i polpacci venosi e potenti, un urlo gioioso, ironico, dirompeva dalle nostre gole. «Evviva, arriva il nonno...!!». Per noi ragazzi, tanto più giovani, era il segnale dell’inizio delle ostilità, perché con Nilo la partita diventava battaglia. Il suo gioco preferito era quello di sponda, che consisteva nel battere il pallone contro le antiche mura di San Pietro, e andarlo a riprendere nella chiusura del triangolo.
Per alcuni anni degli anni ottanta, nel campetto si disputò il torneo «Fave e formaggio». La partecipazione della gente fu tanta, che durante lo svolgimento delle partite, impreziosite dalle fantasie dei fratelli Giovanni e Franco Cicciotti e del già maturo Nicola Portunato, il paese appariva deserto. Intorno a quella piccola fetta di terra si era ricreata la magia delle notti estive degli anni cinquanta, quando le opere che vi si rappresentavano fecero grande il «Teatro di Porto Venere». Ora, per il campetto, il tempo non si è più fermato ed in uno squarcio della memoria mi appaiono i volti di «quei ragazzi degli anni venti» che non incontrerò mai più: fra questi Nilo.
Chissà che il suo fantasma non scenda dal Camposanto per provare i giochi di sponda.