Campi nomadi, nuovi «covi» per baby-gang

Don Rigoldi: «Bisogna intervenire sulle famiglie»

Paola Fucilieri

All’inizio era via Adda. Un «covo» di nomadi rumeni nel cuore di Milano, con la curva dei reati - aggressioni seguite da rapine, piccoli furti e scippi - che aumentava a vista d’occhio nella zona tra piazza della Repubblica, via Filzi, via Pirelli e, naturalmente, la stazione Centrale. Un fiume di polemiche, lo sgombero tanto atteso e la tregua. E adesso che via Adda non c’è più da un pezzo cosa succede? La situazione in una sola estate sembra essere precipitata all’improvviso. Come allora, anche stavolta i protagonisti sono ragazzini e bambini, insomma giovanissimi. In fondo è una tecnica vecchia come il mondo quella dei nomadi: i minori vengono letteralmente mandati allo sbaraglio in giro per la città con licenza di rapinare e derubare. Rischiano meno, al massimo un po’ di tempo al «Beccaria», i più piccoli affidati alle comunità. E poi tutto torna come prima e si ricomincia.
Secondo Fabio Parenti, vice presidente del Naga, l’Associazione volontaria di assistenza socio-sanitaria e per i diritti di stranieri e nomadi, questo scoppio di reati commessi dai minori dei campi nomadi era prevedibile. «Gli adolescenti stranieri non seguono percorsi d’inserimento adeguati alle loro necessità. E pensare che sono tantissimi. Il 68 per cento delle persone visitate nei nostri ambulatori hanno un'età compresa tra i 25 e i 35 anni; l'etnia più giovane è quella rumena: il 39 per cento ha meno di 25 anni (quasi il 10 per cento in più rispetto al biennio precedente). Il nostro rapporto fa notare che i bambini e gli adolescenti presenti nelle aree visitate sono al 75 per cento di sesso maschile e la maggior parte vengono dalla Romania. Interessante il dato sull'istruzione: il 71 per cento di queste persone possiede un diploma scolastico. Nonostante questo, il 61 per cento è disoccupato: solo il 18 per cento ha un'occupazione fissa e il 21 per cento lavora saltuariamente. Tuttavia - conclude Parenti - anche chi lavora ha spesso un rapporto non regolare, pur possedendo un permesso di soggiorno: ciò accade a causa della debolezza contrattuale che caratterizza l'immigrato sul mercato del lavoro italiano. E, a proposito d’immigrati, la situazione dei nomadi è la più penosa da questo punto di vista. E tutto inizia dai bambini».
«Fin quando i campi rom si troveranno nella situazione in cui sono ora, in stato di abbandono e di sporcizia, non ci sarà nulla da fare. Occorre invece ridurre il numero di persone all'interno dei campi nomadi, ripulirli, e intervenire sulle famiglie di questi ragazzini». Così don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità Nuova e cappellano del carcere minorile Beccaria, commenta i recenti episodi di microcriminalità da parte di minori, per la maggior parte nomadi, commessi in questi ultimi giorni, fenomeno in crescita segnalato anche dalle forze dell'ordine. «L’unico modo per poter salvare la situazione è, come aveva suggerito anche l'assessore comunale alla Famiglia e alle Politiche sociali Mariolina Moioli, fare dei campi rom più piccoli, con all'interno 40-45 persone e fare i modo che chi abita lì rispetti dei patti: - conclude don Rigoldi - niente irregolari, sostegno alle mamme e ai bambini e una vigilanza nel campo. In cambio loro, però, devono mandare i figli a scuola».
A riguardo interviene la stessa Moioli. «I rom maggiori di 14 anni - spiega - vengono portati al carcere minorile Beccaria, dove affrontano un graduale processo di rieducazione. Spesso, però, questo processo non è portato a termine vista la breve durata della pena. Bisogna che per una volta ci sia un approccio condiviso da parte di tutte le istituzioni - ribadisce l'assessore - Solo così si potrà risolvere qualcosa, senza dimenticare però che uno dei nostri compiti prioritari è quello di garantire la sicurezza dei cittadini».