Campi nomadi, scatta l’allarme Tbc e ora serve un piano di prevenzione

Campi nomadi, bidonvilles, senzatetto: a Roma è allarme Tbc. Le Asl rimpallano le responsabilità, i vigili non si vedono. E il Prefetto Pecoraro seguita a rinviare di mese in mese un serio intervento. Altro che peste suina dal Messico. Il pericolo viene dai campi nomadi. Qui e ora. Un esercito di ottomila bambini e adolescenti ogni giorno si riversa dai campi nomadi in città ad elemosinare ai semafori, nelle vie del centro, sulla metro. Migliaia di clandestini dalle baraccopoli vanno a lavorare nei cantieri, nei mercati, a cucinare nei ristoranti. Tutti costoro vivono in accampamenti senza acqua nè wc, in mezzo a topi grossi come gatti, fra montagne di spazzatura. E nella capitale d’Italia stanno tornando malattie un tempo debellate: tubercolosi, sifilide, rosolia, gonorrea.
A mettere in guardia è l’infettivologo Fernando Aiuti, pioniere della lotta all’Aids, oggi presidente della commissione sanità del Comune. Il virus della tbc si sta diffondendo velocemente nei campi nomadi: «Da gennaio a marzo, in soli 3 mesi, abbiamo registrato ben 145 casi - afferma Aiuti -. Si tratta di persone in maggioranza minori, denutrite, con basse difese immunitarie. Solo una minima parte è stata vaccinata, lo abbiamo fatto con i bambini del Casilino 900. Ma bisogna procedere alla vaccinazione negli altri 18 campi riconosciuti dal Comune. Non c’è un minuto da perdere. Chi può deve agire». Prefettura e Asl (...) .