Campi rom, gli sgomberi non bastano

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. La notizia dell’arrivo al campeggio Lorium, Castel di Guido, 13° km di via Aurelia, di un certo numero di container, ossia di moduli abitativi di 20-25 metri quadri, continua a tenere banco nel XVIII municipio. «Ad ogni buon conto - avverte il minisindaco Daniele Giannini - mi recherò a dare un’occhiata al camping. Voglio vedere come stanno le cose con i miei occhi».
I container sembrerebbero destinati a deposito di emergenza per la Protezione civile. Ma in passato il Lorium ha rischiato più volte di diventare un villaggio rom. Nel 1998 la protesta dei comitati di quartiere - Massimina, Malagrotta, Casal Selce e Castel di Guido - che bloccarono l’Aurelia con una fiaccolata di migliaia di persone, fermò la carovana delle roulotte di nomadi.
«Poi ci hanno riprovato nel 2004 - ricorda Giannini -. Non è il caso di abbassare la guardia. Il Lorium era nel primo elenco di 20 aree consegnato al prefetto dal Comune. Poi ci hanno assicurato di averlo tolto. Noi in ogni caso restiamo fermamente contrari a quest’ipotesi. Cancellare il campo della Monachina per crearne un altro più grande a Castel di Guido sarebbe una beffa».
La Monachina, in zona Massimina, è uno dei sei campi nomadi non autorizzati che il Campidoglio ha annunciato di voler sgomberare prima della fine dell’estate. Al massimo, per fine anno. Il campo, un centinaio di rom, è malvisto dagli abitanti. Spesso arrivano furgoni, dicono, che scaricano abusivamente materiali edili, vecchi mobili, vasche da bagno, pagando 20-30 euro ai capotribù. Nessuno può escludere, però, che ci finiscano pure rifiuti tossici. Oltre alla Monachina, nel territorio del XVIII municipio ci sono insediamenti più piccoli un po’ ovunque. I cosiddetti campi-fantasma.
«Proprio la scorsa settimana ne abbiamo sgomberati tre - racconta Giannini - il più grosso in via Nazareth, zona Boccea. Ma secondo me questi campi è inutile sgomberarli, tanto si riformano altrove. Bisogna invece adottare la politica delle espulsioni. Identificare i rom e quelli con precedenti penali rispedirli in patria. Altrimenti diventa il gioco dei quattro cantoni, come si dice a Roma. Vanno da un angolo all’altro». L’esperienza comune parla chiaro: i rom dove arrivano accendono fuochi, bruciano i copertoni, tagliano gli alberi, si lavano alle fontanelle pubbliche, fanno i bisogni davanti a tutti. «Io non credo - rimarca Giannini - che nelle altre capitali europee consentono loro di comportarsi così. Li rimpatriano all’istante». L’Opera Nomadi sostiene che a Roma i rom siano il doppio di quanto dicono le fonti ufficiali: 20mila, non 10mila. «Io in giro vedo più o meno le stesse facce di un anno fa - conferma il presidente del XVIII municipio - Stanno sempre ai semafori, davanti ai supermercati, rovistano nei cassonetti. Non mi pare siano di meno».
Per ora, è vero, il prefetto cammina con i piedi di piombo. Ma a Pecoraro il minisindaco rivolge lo stesso un appello. Con due cose da fare subito, senza perdere tempo. «Primo, finito il censimento, rimpatriare tutti i pregiudicati, che sono tanti. Secondo, attrezzare da subito i campi autorizzati con recinzioni, vigilanza, regole. Insomma, mostrare alla gente che le cose sono cambiate».