Campiello, sui gusti non si sputa

Al giovane praticante appena sbarcato in una redazione di giornale spiegano per prima cosa che la notizia non è quando il cane morde l’uomo ma viceversa. Così ieri il novellino ha avuto una dimostrazione pratica di come funziona il meccanismo: la notizia culturale del giorno non è la vittoria di Mariolina Venezia al Campiello (Mille anni che sto qui, Einaudi) ma la sconfitta di Carlo Fruttero (Donne informate sui fatti, Mondadori).
Infatti i giornali non hanno, come di consueto, intervistato la vincitrice ma il perdente. Infatti la vittoria del perdente era tanto scontata da far passare in secondo piano la vittoria della vincitrice e da rendere imprescindibile capire il motivo della sconfitta del perdente.
Ora non staremo qui a farci le solite domande sul mondo letterario che è uno scatolone claustrofobico, dove tutti si parlano addosso, dove i premi sono ormai sputtanati, dove la quantità vince sulla qualità. Gli addetti ai lavori hanno commentato con frasi del tipo: «Mi sento sconsolato, notando le scelte facilotte della giuria popolare» (Lorenzo Mondo), «Fruttero è troppo sottile per i lettori di bocca buona» (Gian Luigi Beccaria). C’è chi chiosa che la televisione ha rovinato il gusto dei lettori abituandoli, con le sue interminabili fiction, alle saghe familiari e ai romanzoni storici, e addirittura chi consiglia di leggere la classifica alla rovescia, con Fruttero che da ultimo diventa primo.
Il più lucido di tutti è stato Carlo Fruttero stesso medesimo che dall’altezza dei suoi 81 anni e dei tanti premi già messi in saccoccia dice: «È talmente significativo il fatto di essere arrivato ultimo che sono ancora più tranquillo. Significa che chiaramente la giuria popolare è orientata verso un certo tipo di narrativa diversa dalla mia. Sono lettori medi, o medio bassi. Il pubblico popolare preferisce quello, non sto a tormentarmi molto. Non ho letto Mille anni che sto qui, ma quando ho saputo che la vincitrice scrive fiction per la televisione, credo di aver capito il genere».
Non c’è molto da aggiungere. E che piaccia o no la giuria popolare è lo specchio dei lettori. Non sarà sempre vero che «non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace», però è sempre vero che «De gustibus non est disputandum». Ovvero, «sui gusti non si sputa», come diceva quello che si ciucciava i calzini.
caterina.soffici@ilgiornale.it