Il campionato è finito, i veleni no

È finito. E aggiungiamo: se Dio vuole è finito. Magari da domenica prossima, milioni di italiani, noi giornalisti per primi, ci domanderemo e adesso che facciamo? Ma per sette giorni cerchiamo di goderci questa assenza calcistica sperando che i verdetti emessi dal campo siano accettati con sportività e non si trascinino dietro polemiche e minacce di ricorsi al Tar, ai tribunali, a qualche giudice supremo.
È stata, quella appena finita, una stagione trionfale per il calcio italiano. Dalla galoppata mondiale degli uomini di Lippi a quella europea del Milan con in mezzo lo scudetto dei record che l’Inter non vinceva sul campo da ben 18 anni. Ma è stata anche una stagione piena di veleni, polemiche, violenze, discussioni.
Troppe venti squadre in serie A, troppe perché rendono interminabile, velenoso e alla fine poco credibile il campionato. Prendete queste ultimissime giornate con tante squadre che non avevano più niente da chiedere e altrettante che lottavano per non retrocedere: è evidente che gli scontri incrociati fra questi due gruppi hanno portato a risultati improbabili quando non equivoci. È sempre successo, da che calcio è calcio, certo. Ma una serie A con meno squadre vedrebbe, evidentemente, meno scontri di questo tipo.
Veleni, e come potrebbe essere diversamente dopo lo tsunami di calciopoli che ha travolto alcuni dei personaggi - Moggi e Giraudo - più popolari e potenti che da anni condizionavano il nostro sport più amato? Questi veleni neppure la Juve se li è scrollati di dosso nonostante abbia centrato il suo obbiettivo: l’immediato ritorno in serie A. Deschamps, in polemica col ds Secco, accusato da più parti di continuare a tenere rapporti subalterni con Luciano Moggi, se n’è molto dignitosamente andato. Marco Tardelli, vecchia bandiera bianconera e azzurra, consigliere della società col dubbio se restare o andarsene, ha detto ai microfoni di Sabato sport (RadioRai): «Non mi meraviglierei se Moggi tornasse alla Juve, a questo punto non mi meraviglio più di nulla».
È difficile rassegnarsi ad un’uscita di scena ignominiosa dopo tanti anni di successi e di ribalta. L’assenza dei riflettori e del palcoscenico ha gli stessi effetti di una crisi di astinenza. Riferendosi alla vicenda di Ibrahimovic di questi ultimi giorni non a caso ieri il presidente Moratti ha parlato di una vera e propria «imboscata». E, proprio l’«affaire Ibra» segnala, ancora una volta, lo strapotere che nel mondo del calcio hanno assunto i procuratori dei giocatori. Fanno e disfano a loro piacimento, firmano contratti pluriennali per i loro assistiti, salvo un anno dopo andarli ad offrire ad altre squadre. Ad ogni cambio di casacca del loro campione i procuratori intascano milioni (di euro). Perché il calcio non inserisce nel suo regolamento una semplicissima clausola: la radiazione per i procuratori che si abbandonano a questi sporchi giochini?
Purtroppo Federcalcio e Lega sono troppo impegnate con il loro problema principale, le poltrone (in questo momento c’è in gioco quella di vicepresidente vicario della Figc) per accorgersi di altre questioni ben più serie. Come la violenza. Il calcio fa presto a dimenticare ma due morti in una sola stagione - il dirigente di una piccola società calabrese, Ermanno Licursi e l’ispettore di polizia di Catania Filippo Raciti - sono molti. Troppi perché adesso il presidente Matarrese minacci di non far cominciare i campionati se l’Osservatorio del Viminale non gli farà fare in notturna le partite che la Lega vuole. La televisione è importante ma la vita delle persone lo è di più e non ci sembra che audience, tifo e passione siano diminuiti anticipando di qualche ora le sfide di cartello.
Insomma vorremmo goderci in pace i successi del nostro calcio, vorremmo che i vertici di questo sport intervenissero, anche a gamba tesa se necessario, sui problemi seri, veri del pallone. Perché non ci proviamo? Dobbiamo proprio rassegnarci?
Sergio Rotondo