Campione anche alla scrivania non soltanto in camera da letto

Chi l’ha detto che una celebrità tanto diffusa da sfociare nell’antonomasia costituisca il viatico più gratificante per ottenere una fama eterna? Certo, anche chi non mastica letteratura chiama «Casanova» un grande seduttore e così facendo, pur senza saperlo, concede al personaggio storico una modernità che non conosce usura. Eppure, l’immortalità garantita dall’uso convenzionale della lingua può in molti casi rappresentare per il beneficiato una galera o una limitazione. Pensiamo al povero Carneade ignorato da Don Abbondio: quanti lo citano più come il filosofo scettico di Cirene che come il simbolo dell’illustre sconosciuto? Ecco: nei riguardi di Giacomo Casanova, questa postuma celebrità suona come un’ingiusta condanna. Il suo nome coincide con lo stereotipo del libertino di professione e la sua opera col volgare esempio di un prodotto pornografico: una banalizzazione che non rende giustizia alla rilevanza della sua figura nella cultura europea del Settecento.
Casanova, infatti, è stato molto più che un semplice avventuriero: il «primatista della vagina», l’atleta erotico immortalato dalla canzonatoria e tutt’altro che esaltante trasposizione cinematografica di Federico Fellini, può dirsi tra i maggiori narratori del suo tempo, con buona pace dei solerti censori pullulanti nella cultura accademica italiana, pronti a liquidarlo come uno scostumato sciupafemmine che non merita indulgenze. Giosue Carducci, ad esempio, lo riteneva degno interprete di una «vecchia Italia» popolata da «imbecilli, accattoni, citaristi, cantanti e ballerini» e Benedetto Croce, che pure ne cercò le tracce a Napoli e dintorni, lo censurò per il suo libro più famoso accostato a una miniera di «oscenità».
E invece questo figlio di origini incerte (pare che la madre, un’attrice di retroguardia, lo concepisse per opera del patrizio Michele Grimani), avviato alla carriera ecclesiastica, soldato fallito e mediocre suonatore d’orchestra, fu in primo luogo un cittadino, sia pure misconosciuto, della repubblica delle lettere. Autore di una traduzione dell’Iliade di Omero che ha poco da invidiare a quella di Vincenzo Monti, Casanova scrisse in francese un libro di memorie che ancora oggi riserva sorprese e che nell’Ottocento qualche critico francese apprezzò al punto da attribuirlo alla penna di Stendhal.
A dispetto dell’alone luciferino che ancora circonda il letterato veneziano, la Storia della mia vita è la confessione sincera di un uomo rimasto sempre fedele a se stesso: il baro, la spia, l’ateo, l’imbroglione, il millantatore vanno messi a braccetto con altri aspetti della sua personalità, che il mito postumo dell’amorale dannunziano ante litteram ha per molti versi occultato. Come per primo ha capito Piero Chiara (di cui ora la casa editrice Marlin ripubblica la raccolta di scritti Il vero Casanova, pagg. 162, euro 12,50), il libro di Casanova non è «un giardino di proibite delizie», ma la «confessione di un disperato», premiato dalla sorte nei duelli, al tavolo da gioco e nelle camere da letto, ma penalizzato dalla sua nascita oscura e sempre minacciato dalla malattia, dalla miseria, dal carcere e dall’incomprensione.
A differenza di quanto accade per la maggioranza dei poeti e degli scrittori che descrissero se stessi, nelle sue pagine non compare mai la tentazione dell’autocelebrazione. Anzi, invece che un’esistenza esemplare da imitare, la sua vita, insidiata dal caso e dal destino, è offerta in tutte le sue debolezze, narrata in imprese, astuzie e cinismi che hanno ben poco di eroico. L’interesse che oggi suscita la sua figura, documentata da studi e biografie finalmente depurate dallo scandalismo a tutti i costi (tra cui merita di essere segnalata quella curata da Bruno Capaci e Gianluca Simeoni, Giacomo Casanova. Una biografia intellettuale e romanzesca, Liguori, pagg. 166, euro 12,90), sta nel suo carattere tragico, nella lotta faticosa e continua intrapresa per affermarsi in un’epoca di arrampicatori privi di scrupoli e giocatori d’azzardo, senza risparmiare nulla del proprio talento. «Voglio essere tutto proprio perché non sono nessuno», scrisse mentre dal castello di Dux in Boemia in cui visse come un sopravvissuto gli ultimi, malinconici anni di vita, redigeva le memorie di un picaro passato indenne nell’intrico multiforme e nel labirintico agone di corti e salotti settecenteschi.
Ma quel mondo, attraversato con un entusiasmo e una curiosità insaziabili, è in primo luogo il teatro gigantesco di una vita spesa a rincorrere il piacere e l’indipendenza, senza soggiacere a limiti e convenzioni morali o religiose. In quest’ottica, oltre che documento di un secolo, l’autobiografia di Casanova è forse il primo resoconto di un self made man, che intese la letteratura come confessione, febbrile esibizione di se stesso, narrazione inarrestabile di ricordi, espedienti e incontri (conobbe, e non lasciò indifferenti, Voltaire e Mozart, Madame de Pompadour e Caterina II di Russia) presentati non con preconcetta gerarchia, ma col solo piacere di raccontare: «Nessun impegno oltre a quello di scrivere».
In questo sta davvero la sua originalità nella letteratura europea: avere reso con energia vitalistica l’immediatezza delle esperienze vissute, senza il diaframma dello stile o l’insincera mediazione di un cesello formale, ma con l’istrionica spregiudicatezza di un uomo di natura, conoscitore di vizi umani, di retroscena mondani, di movenze fittizie e ipocriti cerimoniali. Quell’universo, Casanova lo ritrarrà, secondo il giudizio di uno dei suoi insospettabili ammiratori, Stefan Zweig, come «un veterano pipa in bocca e seduto a un tavolo d’osteria» cosciente delle proprie ciniche millanterie. Per questo, più che parente di Cagliostro, di Saint-Germain e di tutti gli altri grandi furfanti del suo tempo, Casanova lo è di Goldoni: scrittori, entrambi, capaci di fare irrompere nell’arte la varietà imprevedibile della vita e del mondo.