IL CAMPIONE E IL BANDITO

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La stella di Costante Girardengo nasce in uno scenario di corse di paese, poco prestigiose ma assai più remunerative del lavoro nei campi o in fabbrica. Girardengo è un ragazzo piccolo di statura (lo chiameranno «l’Omino di Novi») ma grande quando schiaccia sui pedali. Vince una trentina di gare e nel 1913, a neanche vent’anni, è pronto per il salto nel mondo del professionismo. Tutto un altro vivere: stipendio fisso, allenamenti regolari, corse vere, a fianco della crème dei ciclisti d'allora. La squadra che lo assolda è la Maino, una piccola gloria locale, famosa anche per aver prestato alla squadra di calcio di Alessandria, per una partita, le proprie maglie grigie, iniziando così una delle più singolari tradizioni cromatiche della storia del calcio italiano.
Ma torniamo al ciclismo. Girardengo è, finalmente, un corridore di professione, e pazienza se il suo primo lavoro, come è giusto che sia, è quello del gregario. Gira è giovane, conosce il proprio valore e sa che avrà la sua buona occasione. Il campione della Maino in quegli anni si chiama Carlo Oriani. È un milanese di Sesto San Giovanni ed ha appena vinto il Giro di Lombardia, che è ancora una corsa dura e prestigiosissima, chiusura d’obbligo di ogni stagione. Girardengo dovrà stare al suo servizio.
Quando si presenta al via del Giro d’Italia di quel 1913, l’Omino di Novi non passa certo inosservato. Eberardo Pavesi, che in quell’anno è ormai corridore di più che decennale esperienza, nel libro autobiografico «L’Avocatt in bicicletta», scritto con Gianni Brera, ne fa una nitida fotografia, tecnica e umana insieme: «Girardengo Costante (...) Io, per me, ho già sentito questo nome e osservo l’uomo. (...) Traccagnotto, il muso da faina, cordiale e furbo insieme, gli occhi vivaci, un sorrisetto incerto da gabbamondo, un tronco da sei litri buoni allo spirometro, reni solide, cosce da velocista e faticatore insieme. Soprattutto, compostezza e stile in bicicletta, qualità che derivano dalla perfetta coordinazione muscolare». Insomma, i requisiti ci sono tutti, e i risultati non tardano ad arrivare. Quell’anno il percorso del Giro, insolitamente, indugia molto sulle strade del Sud. Nella tappa Bari-Campobasso Oriani lancia l’assalto e lo seguono tre gregari: Girardengo, Bordin e Torricelli. Gli ultimi due rimarranno indietro e il capitano resterà solo con il ciclista novese, al quale non negherà la soddisfazione della prima vittoria di tappa in carriera. La classifica finale vede in testa proprio Oriani, grazie al contributo del ciclista novese. Che, in quel 1913, ventenne, deve prestare servizio di leva: nessun problema, riuscirà a vincere il titolo di campione italiano evadendo per un giorno dalla caserma. La fuga, ovviamente, gli verrà perdonata: anche nell’Esercito ci sono degli sportivi, e gli sportivi italiani sono sempre più convinti che il futuro del ciclismo tricolore parlerà il dialetto novese.
Ci sarà da aspettare, però. Al Giro 1914, Girardengo si ritira. Quell'edizione della massima gara a tappe italiana non lascerà certo negli sportivi ricordi piacevoli. Sabotaggi, chiodi sparsi per la strada nel novarese, e poi la quasi totale assenza dei corridori stranieri: il vento di guerra fischia sempre più forte. Anche il tempo atmosferico ci mette del suo: piove quasi tutti i giorni ed ogni tappa è un inferno, da cui l'Omino di Novi si chiama fuori. Le sue caviglie sono gonfie, i tifosi mormorano. «Sì, è bravo, ma quanto a resistenza lasciamo perdere...». Non ci sarà tempo per replicare: a partire dall’anno successivo i problemi, per tutti, saranno ben altri.
Ma a pedalare, bene o male, si continua. Come abbiamo già detto, a Novi intorno al 1915 si va più in bicicletta che a piedi. Non fa eccezione neanche l’altro protagonista della nostra storia. Sante Pollastro, come tanti altri, si mette alla prova nella miriade di corse e corsette paesane. A consigliarlo è Biagio Cavanna, la chioccia di tutti i ciclisti novesi, un uomo che è entrato a pieno diritto nella storia di questo sport. Preparatore, massaggiatore, genitore: questo ed altro è stato Cavanna per i campionissimi Girardengo e Coppi, ma anche per una miriade di gregari, gregarietti e corridori incompiuti che hanno percorso le strade intorno alla cittadina piemontese. Anni dopo perderà la vista, ma ciò non gli impedirà di fornire il suo essenziale contributo ai trionfi di Fausto Coppi e di valutare, col suo proverbiale sesto senso, le potenzialità di molti aspiranti corridori. Più d’uno, dopo che le esperte mani di Biagio Cavanna gli ebbero esaminato le gambe e le spalle, si sentì consigliare di lasciar perdere. Una sentenza inappellabile.
(1 - continua)