Campioni del mondo, Milan: che 2007

Ancelotti: &quot;Una promessa fatta a Berlusconi e mantenuta&quot;. Galliani: &quot;Silvio è l’unico insostituibile&quot;. Il Cavaliere:<strong><a href="/a.pic1?ID=228122" target="_blank"> &quot;E' un sogno di bambino&quot;</a></strong>

Yokohama - Uno (Atene, maggio, Champions league), due (Montecarlo, agosto, Supercoppa d’Europa), tre (Yokohama, ieri, mondiale per club). È una sequenza micidiale e rara tra le armate calcistiche in giro per il mondo: la stessa utilizzata contro il Boca Junior nella ripresa per prendere il largo con una ritorno fulminante (dall’1 a 1 dell’intervallo al 4 a 2 finale). Riuscì al primo Milan di Silvio Berlusconi, guidato dal rivoluzionario di Fusignano, Sacchi, dicembre dell’89: Van Basten, Gullit e Baresi i suoi artefici sul prato. Riesce, meno di vent’anni dopo, all’ultimo Milan condotto per mano da un allievo diletto dell’Arrigo, Carlo Ancelotti, in campo sospinto dalle magie di un campionissimo nato per incantare le folle e stregare i rivali, Ricardino Kakà. Stesso presidente, stesso management, stessi metodi controcorrente rispetto alla moda del calcio italiano di bruciare allenatori, dirigenti e calciatori un tot all’anno: il segreto, semplice semplice, del superbo Milan campione del mondo 2007 è questo. «Noi teniamo i giocatori sotto contratto il più a lungo possibile per coltivare il senso dell’appartenenza», spiega didascalico Adriano Galliani, il vice presidente. Al presidente Silvio Berlusconi tutto il Milan dedica il mondiale di Yokohama, primo titolo finito a una squadra europea. «È una promessa mantenuta», racconta Ancelotti alla fine. «Con lui il ciclo del Milan non finirà mai, è l’unico insostituibile», incalza devoto Galliani. Quando Silvio Berlusconi decise di entrare nel calcio, il Milan dell’epoca, il Milan di Giussi Farina, stava per dichiarare bancarotta. In poco più di vent’anni, dal fallimento è salito sul tetto del mondo. Perciò la dedica di ieri, collettiva: non è un omaggio scontato, ma un comune sentimento, condiviso dai tifosi. Basta controllare gli striscioni, l’ultimo, esposto qui in Giappone, ha il sapore quasi di una provocazione: «I belong to Silvio», io appartengo a Silvio.

Il 2007 diventa così l’anno del dragone Milan che aggiunge alle tre coppe altri due risultati di rilievo: il primato nel girone di Champions e il Pallone d’oro assegnato al fuoriclasse brasiliano che domani sera a Zurigo riceverà il Fifa world player, riconoscimento sottoscritto dai ct di tutto il mondo. Solo nel torneo domestico il Milan si concede ritardi e pigrizie eccessivi. «Da gennaio ci dedicheremo con nuovo vigore e vedrete, torneremo anche a vincere lo scudetto», la promessa sfuggita ad Adriano Galliani beato tra i complimenti di Blatter, presidente della Fifa, e la battuta di Platini («continuo a premiare solo il Milan, da juventino sto perdendo la pazienza»). Col Grande slam, il Milan porta a casa altri record: 20 le finali disputate, 25 i trofei collezionati, 18 quelli euro-mondiali messi insieme e che gli consentono di diventare il primo club al mondo, scavalcando proprio il Boca Juniors rimasto fermo a quota 17. Dietro queste cifre da capogiro c’è una virtù unica trasmessa di generazione in generazione: riuscire a preparare le sfide che contano, specie le finali, con feroce determinazione. Senza trascurare un solo dettaglio. Mai un eccesso di tensione tradito, neanche all’atto dell’espulsione di Kaladze ieri sera, con la squadra ridotta in dieci per l’ultimo tratto di strada col Boca all’arrembaggio. Tra le sue nobili fila non schiera solo fenomeni, ma un cospicuo drappello di italiani tosti e volitivi, da Gattuso ad Ambrosini. Tre-quattro le gemme preziose: Kakà, Seedorf, Nesta, Pirlo più altri buoni giocatori. Dida, il portiere, è il suo tallone d’Achille dopo essere stato uno scudo spaziale. Può restare senza Ronaldo per mesi, il Milan, come gli sta succedendo dal 31 luglio, tanto può contare su quella volpe di Pippo Inzaghi, capace di marchiare a fuoco con le sue iniziali le difese di Liverpool, Siviglia e Boca Juniors. Specie se Kakà gli serve due cioccolatini come qui a Yokohama. Un Milan così ci riconcilia col nostro calcio malato di provincialismo e un po’ cialtrone. E lascia qui in Giappone una scia luminosa. Se c’è qualcuno, dalle nostre parti, disposto a imitarlo, si faccia avanti.