In campo l’Ajax, la Juve e la nostalgia

Belgrado. Roma. Quelle erano finali. Quella era coppa dei campioni. Accadono anche certe cose, nel giuoco del football, che mettono malinconia e, insieme, rabbia. Ajax Juventus è un classico dei c’erano una volta. Giocano la Europa League che sarebbe la coppa Uefa rivista e corretta, l’hanno vinta entrambe ed entrambe sono le sole squadre ad aver conquistato tutti e tre i trofei organizzati dal governo calcistico europeo, la campioni, la Uefa e la coppa coppe. Roba che luccica nella sala dei trofei di Amsterdam e di Torino, argenti che vanno spolverati e lucidati perché da molto tempo, da troppo tempo, non trovano compagni di scaffale e di vetrina. L’ultima competizione internazionale vinta dall’Ajax risale al millenovecentonovantacinque, fu coppa dei campioni con gol di Patrick Kluivert al Milan. L’ultima coppa alzata al cielo dalla Juventus è quella Intertoto, nel millenovecentonovantanove ma, per andare a cose più serie, si risale al Novantasei con la coppa dei campioni vinta a Roma proprio nella finale contro l’Ajax.
Sono poi passati anni e calciatori, allenatori e dirigenti, la storia ha fatto i conti con la cronaca, la squadra del ghetto ha vinto il suo ultimo titolo nazionale nel duemila e quattro, un’altra coincidenza con la Juventus “penalizzata” da calciopoli. Ho scritto la squadra del ghetto perché l’Ajax si porta appresso questo marchio dagli anni duri della guerra, dai giorni in cui venne salvata da Van Praag che era un imprenditore ebreo e allora tutti i calciatori del club di Amsterdam venivano definiti ebrei anche se non lo erano e i tifosi, ancora oggi, sventolano la bandiera d’Israele e la stella, assieme al drappo bianco e rosso che sono i colori ufficiali della squadra che fu di Cruyff e di Neeskens, quelli che cambiarono il football nella forma e nella sostanza, il cosiddetto calcio totale, l’arancia meccanica del pallone, la rock band senza quattrotretre, ripartente e densità, le mogli e fidanzate al seguito nei ritiri, l’atmosfera da figli dei fiori, personaggi da film (Cruyff lo fu in “Il profeta del gol”, scritto da Sandro Ciotti).
Trattasi di memorie, così come la Juventus che va a Belgrado per la sua prima finale di coppa dei campioni e si trascina tutti i dipendenti, compreso il giardiniere del campo Combi che accarezza l’erba dello stadio per capire dove sta il mistero, poi Johnny Rep segna di testa mentre il calabrese Longobucco resta appiedato al suo fianco, roba antichissima di trentasette anni fa con la televisione che con i mondiali messicani ha lanciato il colore e i tifosi juventini avviliti provano a sognare quando vedono Johann Cruyff celebrare la vittoria indossando la maglietta bianconera.
Poi Roma, la finale vinta dai torinesi ai rigori, dopo l’1 a 1 nei tempi regolamentari, Ravanelli che segna e poi si arrabbia, Litmanen che mette paura, Ferrara, Pessotto, Padovano e Jugovic realizzano i rigori finali, sbagliano Davids e Silooy e l’Ajax, che aveva battuto il Milan l’anno prima, si deve arrendere. Come vedete si va di ricordi perché la realtà contemporanea non concede uguali stimoli. Anche l’orario del calcio d’inizio, le ore diciannove, conferma che dai fari abbaglianti si è passati alle mezze luci, costretti a non alzare troppo la voce viste le ultime brutte figure.
L’Europa league è l’albero della cuccagna per chi non può giocare al superenalotto, è il torneo degli esclusi, di quelli che hanno perso il posto in prima fila. Ajax e Juventus facevano parte del G14, nuovo centro di potere calcistico ridotto ai minimi termini dall’Uefa di Platini. In sette giorni, stasera e la prossima settimana, si sbriga in fretta questa pratica, chi esce, davvero esce da tutto, dalla propria cronaca, dalla storia del pallone che non concede di vivere con la rendita del passato. La nostalgia non serve, una squadra dal nome latino ma di origine greca contro una dal nome latino, sembra davvero il passato studiato sui banchi di scuola. E di football.