Campo rom in Provincia, dipendenti in rivolta

«Sia ben chiaro che nessuno vuole andare contro una famiglia con un bimbo malato, ci mancherebbe. Ma qui si è andati oltre. Ai rom che ancora oggi stazionano nel parcheggio davanti al palazzo provinciale è stata offerta una mano e loro si sono presi il braccio». I dipendenti di Palazzo Spinola sono in rivolta. Criticano l’amministrazione provinciale, che prima ospita, magari con tutte le buone intenzioni dettate dal caso umano cioè un bimbo malato bisognoso di cure, una famiglia di nomadi e poi, quando i motivi di questo aiuto si fanno meno, non riesce garantisce legalità e decoro, dimostrandosi di fatto impotente contro gli zingari, nel frattempo diventati una ventina, che soggiornano sul piazzale davanti all’ente. Ora alcuni dipendenti provinciali sono passati dal mugugno alla rivolta aperta. «Da giorni - affermano - siamo spettatori silenziosi di una nuova realtà che ci è stata imposta all'interno dell'area dove sorgono gli uffici in cui quotidianamente lavoriamo, ossia l’insediamento, nel posteggio dei dipendenti che è destinato ad auto e non a camper, di un campo rom. Doveva essere una cosa momentanea ed è gia trascorso un mese. Lo scopo era aiutare una famiglia con un bimbo malato. Il gruppo, però, è costituito non solo da madre, padre e figlio, ma anche da zie, cugini, insomma una tribù. Almeno questo ci è stato spiegato per giustificare la presenza di una ventina di nomadi che ha preso possesso del parcheggio, della vicina palestra della scuola «Paul Klee» e dei servizi igienici della palestra stessa». Una convivenza forzata che rischia di esplodere. «La cosa sta diventando un insulto a chi lavora e a chi ha veramente bisogno di aiuto» affermano i dipendenti provinciali che indicano ipotesi alternative: la collinetta di Quarto (ex ospedale psichiatrico) o il parcheggio dei Salesiani, luoghi vicino al Gaslini e che salvaguardano il decoro». Già, il decoro, lo stesso concetto che, un mese fa, usò il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, per giustificare il vigile che aveva cacciato dai gradini di Tursi un giornalista che si era finto rom.