Il Canada applaude l’Italietta dei panettieri

Tony Damascelli

nostro inviato a Torino

Ottomilacinquecentosettantacinque spettatori paganti al Palaghiaccio per l’hockey. Antonio Giraudo avrà mandato a quel paese la sua bella e dolce Turìn, con tutti i turineis insieme, quelli che per la Juventus campione non spendono un centesimo di uno (contro il Parma, ultima esibizione casalinga duemilaseicentocinquantuno al botteghino), lasciando miseramente deserto il Delle Alpi che è una ghiacciaia triste e vera rispetto a questo parallelepipedo argentato, luminoso, illuminato al quale manca soltanto un fiocco tricolore ma si chiama Palaisozaki in onore dell’architetto progettista, ovviamente giapponese, dunque transeat.
È il bello dei Giochi, comunque. L’Italia affronta il «teribbbile» Canada ma fa la sua figura onestissima, segna anche due gol con Scandella e Parco, eroi da almanacco, ne prende sette per lapsus, gap tecnico, stanchezza, il pubblico sventola i tricolori, i canadesi sorridono e ringraziano per l’accoglienza, si complimentano con gli avversari che sono andati come lippe almeno per mezz’ora di gioco prima di arrendersi ai campioni.
Dal curling all’hockey il cammino è di 50 km, nel senso Pinerolo-Torino. L’atmosfera è analoga, là c’era il rito delle scope con qualche urlo belluino, qui strilli pochi, mazzate tantissime ma trattandosi di uomini veri, le prendono e le restituiscono senza fiatare (per dire, in Germania - R. Ceca, l’idolo Hasek a metà gara era già in infermeria), l’armatura che li protegge attutisce le botte ma certi tamponamenti e gli schizzi di ghiaccio suggeriscono di chiudere gli occhi e accucciarsi, mentre attorno è luna park. Tre arbitri fischiano, le cheers leader frullano i loro aggeggi, lo speaker manda discomusic, il tabellone luminoso invita a battere le mani, i quaranta e più mascherati si scaldano sul ghiaccio mentre l’altoparlante diffonde «Ridi Pagliaccio», non credo che il Leoncavallo pensasse agli hockeisti scrivendo «Vesti la giubba». Siamo in un grande cartone animato, sento il bisogno di pop corn e di liquirizia. Ma è roba vera: basta guardare i Tir canadesi e qualche pezzo nostrano. Prendete il Lucio, sì, Lucio Topatigh. Prendetelo è un verbo azzardato perché il falco pesa oltre i 90 kg sviluppati su un metro e ottantasei centimetri. Topatigh ha quarantuno anni e fino a qualche mese fa non pensava nemmeno di tornare in azzurro e alle Olimpiadi. Poi ci ha messo dentro la forza e il cuore e ha fatto felice il suo paese, Gallio, la madre Lucia, le sorelle Rosangela e Antonella, la moglie Marzia, i figli Tommaso e Lucrezia, insomma tutta la Topatigh band raccolta davanti al televisore. Lucio Topatigh ha mani potenti. Ha provato prima con il trampolino, si è spaccato un po’ qua e un po’ là, allora ha scelto il calcio, giocando portiere con il Gallio è andato a vincere anche un torneo in Germania. Ma l’hockey e la pagnotta erano nel destino. L’hockey per divertirsi e mettere in salotto qualche trofeo, la pagnotta per vivere e portare a casa gli sghei. Infatti Lucio, insieme con Antonella, a un certo punto della vita si è domandato: apro un negozio di abbigliamento e «moro de fame» oppure mi guardo attorno e vedo quello che manca a Gallio. Elementare, il panificio. Destino: dove Lucio ha aperto il forno? In piazza Prestinari, che in dialetto meneghino sta per panettieri vista l’ora presta della sveglia. «Come avrà fatto a imparare a fare il pane in sei mesi lo sa solo Dio», pensieri e parole della Rosangela, sorella maggiore, che vive a Padova, lavora in un negozio d’ottica ed è sposa a un direttore di banca. Dunque Lucio è il fenomeno di Gallio, il Falco perché arriva prima sul disco ma anche perché sforna il Pane medesimo, appunto del Falco, farina integrale, anice, cumino, finocchio e c’è la coda fuori, ogni giorno: «Ma quand’è che torna il Lucio?» hanno chiesto le clienti non soddisfatte della riserva addetta al forno. Il Lucio gioca o si allena di sera, tra Bolzano, Brunico, Asiago, torna a Gallio, alza la serranda del negozio, accende il forno, infarina, impasta, pesa, forma, controlla, sforna. Poi si regala tre ore di sonno. La vita è bella lo stesso. Ieri ha mangiato pane duro ma con i canadesi si può anche perdonare. Dice la Rosangela: «Gli vogliamo bene al Lucio, me racomàndo, me lo tratti bèn». Ci mancherebbe pure, per un tozzo di pane questo e altro.