Il Canada mette fine al dominio liberale

I conservatori in vantaggio secondo tutti i sondaggi

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Il risultato era atteso, ma qualcuno lo chiama egualmente una «rivoluzione». I conservatori hanno messo fine alla lunga «era liberale» nella politica canadese conquistando il primo posto nelle elezioni anticipate per il rinnovo della Camera con un margine sostanzioso sui tradizionali avversari. In attesa che il computo dei seggi sia completato e dia quindi al Paese una nuova fisionomia parlamentare, è acquisito che il partito di governo uscente, guidato negli ultimi mesi dal primo ministro Paul Martin, ha subìto una sconfitta clamorosa e questo al termine di una campagna elettorale che era stata dominata da tre temi, due dei quali avevano finora sempre favorito i liberali.
È balzata in primo piano, intanto, la politica estera, che nel caso del Canada significa poi soprattutto i rapporti con gli Stati Uniti. E qui è stato un vero e proprio scontro. La linea liberale tradizionale, riacutizzata negli ultimi tempi, era improntata a un marcato antiamericanismo, rinfocolato come in molti altri Paesi dalla guerra in Irak ma che aveva radici più profonde. Il predecessore di Martin, Jean Chretien, aveva permesso, per esempio, che la sua portavoce definisse George Bush «un somaro» e per molto tempo si era rifiutato di licenziarla o di accettare le sue dimissioni.
Martin ha rianimato la contesa nelle ultime settimane quando, vista perduta la partita per ragioni ben differenti, ha cercato di rimettere al centro del dibattito le polemiche fra Ottawa e Washington. Rieleggete me, ha detto in sostanza, e «sarete sicuri che il Canada parlerà con una sua voce indipendente oggi, domani e sempre». Involontariamente cercò di dargli una mano proprio l’ambasciatore Usa, che lo accusò pubblicamente di «fare la voce grossa per motivi elettorali attaccando un Paese amico che è anche il vostro principale partner commerciale; ma è una strada scivolosa che potrebbe avere un impatto a lungo termine sui nostri rapporti».
La stampa liberale denunciò la «interferenza di Washington nelle elezioni» e in effetti ci fu un breve sussulto di indignazione. Ma molto breve perché la gente tornò ad occuparsi del tema numero due di questa campagna: la corruzione e l’ondata di scandali che, soprattutto nel Quebec, continuavano ad emergere e a far capo al Partito liberale. E su questo martellò il leader conservatore, Stephen Harper, enumerando tutti gli scandali di dodici anni di governo ininterrotto dei suoi avversari. Ed è stato su questo che gli elettori, alla fine, hanno deciso, nonostante che i liberali, in preda al panico, avessero resuscitato negli ultimi giorni il tema americano, accusando il leader conservatore di essere addirittura in combutta con «i circoli di estrema destra a Washington» e di avere un «programma segreto». L’allusione riguardava, e questo è il terzo tema, alcune asserzioni di Harper in campo economico (una parziale privatizzazione del servizio sanitario nazionale) e di costume (la liberalizzazione della vendita delle armi sul modello Usa). Inoltre Harper è il leader dell’unica forza politica canadese ad avere appoggiato la guerra americana contro l’Irak, a condividere il «no» di Washington al Protocollo di Kyoto e a dirsi favorevole al progetto del Pentagono di uno «scudo spaziale» per l’America del Nord, cui il Canada si rifiuta di collaborare.
La sua vittoria non significa automaticamente che il Canada cambierà la sua legislazione. La Camera di Ottawa ospita infatti quattro partiti, nessuno dei quali in genere dispone della maggioranza assoluta. Anche il governo Martin era di minoranza con il sostegno dei diciotto deputati «neodemocratici», cioè dell’estrema sinistra. Va per i fatti suoi il Bloc Québécois, anch’esso in genere su posizioni di «centrosinistra». Questa maggioranza aveva imboccato negli ultimi anni una linea molto simile a quella dei Paesi dell’Europa settentrionale, per esempio un atteggiamento più permissivo verso la droga. Oltre che un accentuato isolazionismo «neutralista».
Ma in Canada è il partito più forte comunque a formare il governo. Solo il conteggio finale dei voti determinerà se la vittoria dei conservatori, oltre ad essere storica, gli permetterà di governare e di invertire la rotta.