Canada, la vittoria dei conservatori fa contento Bush

Ma il successo di Harper non è sufficiente a garantire la maggioranza assoluta. Probabile governo di minoranza

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Gli scrutini non erano ancora chiusi in Canada che è piovuto il primo messaggio di congratulazioni al vincitore Stephen Harper: con l’augurio di «relazioni più strette e una rinnovata collaborazione fra i nostri due Paesi». Firmato: George Bush. Una reazione prevedibile ancor più del risultato. Se ne è parlato poco Oltremare, ma fra le varie «dissidenze» contro la guerra in Irak e in generale la politica dell’attuale inquilino della Casa Bianca quella canadese era fra le più disturbanti, e non solo per gli ovvii motivi geografici.
L’immenso, spopolato vicino (il Canada è uno dei due Paesi al mondo con una superficie maggiore di quella degli Stati Uniti ma non arriva a un decimo dei suoi abitanti) aveva infatti accentuato, in tredici anni di governi del Partito liberale, un ruolo di punta nelle critiche e non senza una certa acrimonia. No all’avventura irachena ma no anche al rifiuto americano di sottoscrivere il Protocollo di Kyoto, al progetto di scudo spaziale che per proteggere l’America dai missili intercontinentali ha bisogno degli spazi artici del Canada e della sua cooperazione e toni polemici spesso aggressivi, inclusi gli insulti personali a Bush tollerati dal penultimo primo ministro Chretien.
Il successo dei conservatori significa dunque per Washington nella migliore delle ipotesi l’arrivo di un alleato e nella più cauta, è probabile, la sparizione di un «nemico». I risultati definitivi confermano le indicazioni dei primi scrutini e dei sondaggi: i conservatori rubano il posto ai liberali come primo partito e toccherà dunque a loro formare un governo. Quello che non sarà facile per il primo ministro designato è mettere su un governo operante. Il suo partito ha infatti strappato una trentina di seggi al tradizionale rivale liberale, ma per il resto la composizione della Camera di Ottawa rimane immutata. Essa comprende 308 seggi e per una maggioranza ne occorrerebbero dunque 155, mentre i conservatori si sono fermati a 124 (su dai 98 che avevano in precedenza), mentre i liberali sono scesi da 133 a 103.
Ma di partiti in Canada ce ne sono quattro e gli altri due, il Bloc Québécois (51 mandati) e a maggior ragione il Partito neodemocratico (29) tendono normalmente a fare razza con i liberali piuttosto che con la destra. I francofoni per motivi storici, gli altri per scelte ideologiche: rappresentano la sinistra e hanno guadagnato una dozzina di seggi. Il travaso di voti è avvenuto dunque prevalentemente ma non unicamente dai liberali ai conservatori. Questi ultimi sono «risorti» nella provincia di lingua francese dove non avevano neanche un seggio, evidentemente ai danni del Bloc; mentre i liberali non hanno perduto solo a destra ma anche sulla loro sinistra.
A complicare tutto, come sempre, c’è il marcato «regionalismo» delle maggiori formazioni politiche, che non riguarda soltanto il Quebec francofono ma, sempre di più, l’Ovest ricco di spazi, di prospettive e soprattutto di ricchezze minerarie a cominciare dal petrolio e che si identifica sempre di più con i conservatori. Ciò che spiega l’atteggiamento più filoamericano di questi ultimi: i grandi progetti di sviluppo sono sempre stati portati avanti congiuntamente da due Paesi che la geografia non divide ma semmai lascia «stingere» l’uno nell’altro. Anche per questo le trattative sono complesse e lunghe: Harper dovrà aspettare settimane per formare un governo che con ogni probabilità sarà di minoranza.