Il canaro assunto da un commercialista

Uscendo da Rebibbia Pietro De Negri ha chiesto soltanto di «essere dimenticato»

da Roma

Ieri è rimasto asserragliato nel suo appartamento assieme alla moglie e alla figlia, al terzo piano di una palazzina di case popolari in via Andersen, quartiere Primavalle, all’estrema periferia della Capitale. Anche il citofono, martellato a lungo da cronisti e curiosi, suonava a vuoto. Ora che la sua scarcerazione anticipata è finita sui giornali, per la prima volta Pietro De Negri, il «canaro» della Magliana, non è uscito di casa di buon’ora per raggiungere lo studio del commercialista dove lavora come fattorino dai primi di ottobre, quando il tribunale di sorveglianza ha deciso di «scontargli» per buona condotta due anni di galera per aver torturato, mutilato e ucciso l’ex pugile Giancarlo Ricci nel retrobottega della toletta per cani dove De Negri lavorava, e dove oggi c’è un negozio di abbigliamento.
Dicono che la nuova attività lo soddisfi. Del passato chiede che non si parli più: «Voglio essere dimenticato - ha detto, lasciando il penitenziario di Rebibbia, ad una persona che gli è stata vicino -. Tutto questo clamore che ha suscitato la mia scarcerazione mi fa male. Io il mio conto con la giustizia l’ho pagato. Chiedo di essere lasciato in pace, anche per mia moglie e mia figlia». Di pentimento, il «canaro» non ha mai parlato. In Cassazione, dopo tre gradi di giudizio, aveva sfidato i giudici con un agghiacciante: «Lo rifarei». Oggi, diciassette anni dopo il massacro che lui ha sempre «giustificato» parlando di umiliazioni subite, chiede di finire nel dimenticatoio di quella storia che invece non l’ha dimenticato mai. Alla Magliana, teatro del delitto, ieri non si parlava d’altro. I più giovani, del «canaro» hanno solo sentito raccontare. Gli adulti fanno finta di non ricordare. Chi non si trincera dietro l’oblio, tratteggia l’affresco di un quartiere dove la vita era difficile per davvero. Quelli che li conoscevano, pugile e tosacani, parlano sorprendentemente come se nulla fosse accaduto. Li ricordano ragazzi, definiscono De Negri «una persona perbene», e come in un tam-tam si passano la voce: «Il “canaro” è tornato, ha pagato i suoi conti con la giustizia». Qualcuno aggiunge: «...lui che di ingiustizie ne ha subite tante».
È così che i lenti postumi di un atroce assassinio si trasformano in uno spaccato di fenomenologia sociale. Raccontano, quasi vent’anni dopo, il volto feroce e quello umano di quei quartieri-dormitorio alla periferia della città dove, a leggere le cronache del tempo, sembra che la vita dovesse valere un po’ meno che altrove.
A Primavalle, fra i vicini, si respira quasi un’aria di solidarietà. «In queste settimane usciva presto per andare a lavorare - raccontano -, e nel tardo pomeriggio tornava a casa» da dove, passate le 21, per decisione dei giudici non può uscire fino al mattino successivo. «È ora che si spengano i riflettori su una povera famiglia travolta dall’odio e dalla sfortuna, lui ha pagato il suo debito», si spinge a dire qualcuno. All’insistenza dei cronisti c’è chi frappone un muro: «Lasciate stare, non uscirà. A far la spesa e portar fuori il cane c’è già chi ha provveduto per lui».\