Candidati dalla memoria troppo corta

Riecco il consueto viavai preelettorale: tutti a Milano, tutti si
profondono in lodi per Milano. Veltroni, come al solito, esagera: «Io
amo Milano». Nientedimeno! E nessuno ride

Riecco il consueto viavai preelettorale: tutti a Milano, tutti si profondono in lodi per Milano. Veltroni, come al solito, esagera: «Io amo Milano». Nientedimeno! E nessuno ride. Ci veniva d'estate col papà che lavorava al neonato Tg della Rai, poi prontamente trasferito a Roma. In campagna elettorale, col gran parlare e scrivere che si fa di Nord e di questione settentrionale, tutti amano Milano. Almeno Berlusconi c'è nato. Da tanto amore elettorale naturalmente sgorgano tante promesse elettorali. E poi? Poi, a elezioni consumate, succede molto poco, ahinoi.

Anche se mandiamo a Roma decine di deputati e sentori, ministri e sottosegretari milanesi. E non per cattiva volontà o perché le dichiarazioni d'amore siano mendaci (in qualche caso anche) ma per uno strano complesso che affligge i politici milanesi, di destra o di sinistra: temono come la peste l'accusa di «localismo», «campanilismo», di non avere una «visione nazionale». Risultato: i problemi di Milano finiscono sempre in fondo alla lista. I romani, fortunati loro, non hanno questi complessi, ottenendo dal governo tutto quello che chiedono e anche di più. L'esempio più significativo: la famosa legge per «Roma capitale» che concede al Campidoglio fondi, finanziamenti, privilegi, eccezioni ed esenzioni che Milano o qualsiasi altra città italiana si sogna. Ebbene, quella legge fu graziosamente elargita da un presidente del Consiglio milanesissimo, Bettino Craxi.

E così fino a Prodi, che non ha saputo fare nulla di più dell'inutile «tavolo per Milano», clamorosamente ignorato, per esempio, nella vicenda Alitalia-Malpensa. Non ci resta che sperare, dunque, che stavolta a Roma ci vada gente senza complessi.