Il candidato dei Democratici prende le distanze dal governo: «Ha faticato con le categorie produttive. Va apprezzato il lavoro del premier, però la sua maggioranza non era riformista». Poi si inceppa su Bassolino

da Roma

Esordisce da par suo, stringendo la mano a ogni giornalista presente e salutandolo per nome, «Ciao Marcello», «Ciao Stefano». «Mi chiami eccellenza», scherza quando la direttrice delle Tribune, Giuliana Del Bufalo, gli chiede «come la devo chiamare?».
D’altronde anche Berlusconi, seduto poco prima in quello stesso salotto catodico, gli aveva riconosciuto di essere «un grandissimo comunicatore». Quello che va in onda non è l’agognato confronto col Cavaliere, ma è la diretta tv che apre il rush finale della campagna elettorale, e si capisce che Walter Veltroni ci tenga a cominciare bene. Nonostante qualche nervosismo ben mascherato dietro al sorriso tranquillo.
Che si spegne un po’ quando gli viene rigirata una delle sue spine nel fianco, la Campania di Bassolino. «Lo vorrà sul palco del suo comizio a Napoli?», chiede perfido il direttore del Tg2 Mauro Mazza, e lui non se l’aspetta ed esita, non dice né sì né no: «Francamente non ho pensato al palco». Poi gioca in difesa: l’immondizia «non nasce da oggi», proprio come la crisi di Alitalia, e quindi nessuno - compreso Berlusconi - può «permettersi di fischiettare». Quanto a Bassolino, si capisce che Veltroni vorrebbe (dire che si deve dimettere) ma non può, perché i voti e il sistema di potere del Governatore contano e Bassolino ha difensori importanti nel Pd. E allora dice no «alla crocefissione», anche perché ci sono «responsabilità diffuse». Ma «gli amministratori devono stare lì finché dura l’emergenza, e poi si deve aprire una fase nuova». La parola dimissioni non viene pronunciata.
Tira un sospiro di sollievo quando da Napoli si passa a Milano e al suo Expò: quello sì che «è un modello di come ci si deve comportare, lavorando tutti insieme per il bene del Paese». Perché, spiega patriottico, «right or wrong, it’s my country».
Ha sulle spalle un’eredità pesante, Veltroni, e non è facile prenderne le distanze senza fare strappi violenti. E così, dopo la domanda su Bassolino arriva puntuale quella su Prodi, e su cosa si può salvare del prodismo. E anche questa non è una risposta facile. «Prodi ha trovato un Paese devastato, al di là delle chiacchiere», ricorda. E ha fatto «il risanamento finanziario» necessario, dunque «il suo lavoro di uomo di Stato va salvaguardato». Ciò che va buttato, invece è l’Unione, la maggioranza che aveva», una coalizione che «faticava a comunicare con le categorie produttive perché metteva in manifesti con scritto che i ricchi devono piangere». E d’altronde, riconosce a Prodi, «se si è inventato, e io ero con lui, il Partito democratico, è perché sapeva che non si può governare così, con queste coalizioni che noi abbiamo cercato di superare». Come? Con quello che Veltroni rivendica come «un atto di coraggio», la rottura con la sinistra radicale e la scelta di «andare da soli», per uscire «dagli schemi di questo quindicennio» e produrre «uno choc di innovazione». Vincere, spiega, «è un mezzo, non un fine. Eravamo a 22 punti di differenza, ora siamo lì, a un’incollatura, e grazie a una scelta di coraggio politico. Ci sarà un solo gruppo parlamentare, ed è una cosa che non è mai successa in Italia, e per la prima volta se vince il Pd non ci saranno più quei terribili vertici di maggioranza che divertono voi giornalisti ma per i cittadini sono micidiali». Dunque, è il messaggio ai tanti indecisi, bisogna votare «per aprire un nuovo ciclo politico», come succede «in tutte le democrazie europee». E coglie l’occasione per ricordare che la novità è lui, non il «vecchio» Berlusconi: «Io ho più o meno l’età di tutti i premier europei». Ripete il suo no alle larghe intese, «chi ha un voto di più deve governare», ma poi «le regole del gioco si discutono insieme», e le riforme andranno fatte. E le prese di distanza che arrivano da dentro il Pd? La critica di D’Alema allo slogan «moscio» è «una valutazione estetica, quindi opinabile, perché quello slogan ha funzionato e nelle piazze viene ripetuto», assicura Veltroni. Quanto alla richiesta di un «colpo di reni» di Bersani, «c’è una totale condivisione della campagna, nessuna contraddizione tra noi. E penso - conclude ottimista - che il risultato elettorale ci darà grandi sorprese. È successo anche nel 2006, con i sondaggi che davano Berlusconi sotto di 6 punti che all’improvviso cambiarono». Ma quella volta il Cavaliere perse.