IL CANDIDATO GIARDINIERE

Confesso di aver persino tentato di farmi piacere Prodi, un uomo che potrebbe tornare di nuovo al governo anche se nessuno ricorda molto del suo primo governo. Come persona posso solo dire che è troppo facile riprodurre la sua voce afona ad occhi sbarrati quando sillaba banalità. Ma considerato che il candidato Berlusconi sta dalla mattina sulla graticola degli insulti, viene meno l’urgenza del fair play. Su queste colonne mi capitò di descriverlo usando una parola sgradevole quando dissi che era un po’ bavoso. Lo dissi perché ebbi il privilegio di porgli molte domande alla commissione d’inchiesta Mitrokhin dove si parlò del piattino spiritico azionato da Prodi che indicava il luogo in cui Aldo Moro era prigioniero. Voi credete allo spiritismo? Bravi, neanche noi. E naturalmente neanche Prodi. Dunque quando gli chiesi come e da chi avesse saputo l’indirizzo della prigione di Moro, si impappinò e sputacchiò per il nervosismo. Quella brutta, indecente storia gli fa venire i nervi a fior di pelle. In quell’occasione gli ricordai anche una sua strabiliante intervista concessa mentre a Mosca era in corso il tentato golpe contro Gorbaciov. Tutto il mondo era in tensione, l’idea che tornasse in auge l’infernale macchina sovietica faceva impazzire tutti gli uomini liberi, ma il Professore non era preoccupato: aveva ottimi rapporti con Vladimir Kriuchkov, il presidente del Kgb sovietico, uno dei golpisti poi graziati e dopo poche righe Prodi, serafico, discettava della probabile futura linea economica neo comunista. Il che fa ritenere che oggi non si trovi affatto male ma anzi benissimo fra coloro che nella sua coalizione ancora inneggiano alla più feroce e sanguinaria delle dittature. Su tutto ciò si potrebbe stendere il solito velo pietoso. Ma dove è impossibile ricorrere alla rimozione o alla benigna sospensione di giudizio è il campo acquitrinoso delle sue idee di governo. Non c’è niente in quella palude. Solo chiacchiere. Se interrogato in tv, libera una sequela di frasi comiche come la soluzione del risparmio energetico con i doppi vetri contro il freddo, che però messe insieme formano un’antologia tragica e confusa. La sua carriera ci ricorda quella di Peter Sellers nel ruolo di the Gardner, il titolo del film in italiano è Oltre il giardino, dove Sellers era un attempato giardiniere mai uscito di casa e dal giardino, perché ritardato mentale. Entrato però nel mondo normale saliva tutti gradini della promozione sociale fino alle soglie della Casa Bianca e tutto questo perché pronunciava con tono grave e pensoso frasi demenziali cui generosi interpreti davano interpretazioni geniali. Chi scrive è di parte ed è sempre bene che il lettore se lo ricordi. Ma anche chi non è di parte può comprendere che Prodi, politicamente parlando, è esattamente la versione italiana di the Gardner. È l’uomo che una volta fuori dal giardino dell’Iri (dove potava aziende per fare sontuose corbeilles da regalare con animo generoso) ha salito tutti i gradini della più minacciosa ovvietà e lo ha fatto assumendo toni sempre più estremisti man mano che trovava sulla sua strada il gotha dell’estremismo parolaio, nemico dell’Occidente e dei suoi valori, un mondo che non ha niente a che fare con la sinistra riformista. Romano Prodi è stato infine portato con l’incontrollabile preteso trionfo delle primarie a godere le gioie di una deriva plebiscitaria creata dalla cabina di regia dei Ds che di Prodi vantano il copyright, come si fa per le canzoni. Dunque, se la questione Prodi fosse quella di un giardiniere che vuole far parte di un club privato non ci spaventerebbe. Ma poiché quel club è la Repubblica di tutti noi italiani, la sola ipotesi ci terrorizza.
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