Candidature ds, il giorno dei lunghi coltelli

Lo strappo di Amato, rinuncia alla testa di lista in Veneto e fa l’«umile frate» in Toscana

Luca Telese

da Roma

Alla fine è stata una carneficina. Un trauma non solo personale, ma politico. Il primo round nella difficilissima corsa per le candidature dei ds si è chiuso ieri, quando i vertici del Botteghino hanno fissato due elenchi decisivi: quello dei capilista della Quercia nella lista unitaria su tutto il territorio (posti sicuri, ma anche posti-immagine) e quello delle ventuno «deroghe», ovvero l’elenco ambitissimo degli uscenti ricandidabili, malgrado abbiano già compiuto due legislature. L’incrocio di queste due liste determina il 50 per cento del risultato definitivo: infatti di oltre 130 uscenti, non ne verranno ricandidati poco meno della metà. Dal primo elenco manca, già si sapeva, il nome di Giuliano Amato che si è autoescluso dalla candidatura in Veneto, preferendo un posto da «umile frate» in Toscana. Un gesto che consuma definitivamente la fine di una lunga alleanza con Massimo D’Alema e di un’entente cordiale con Piero Fassino.
Le scelte di ieri sono considerate dal gruppo dirigente definitive: restano accesi solo quattro lumicini, quattro nomi che potrebbero essere salvati solo in caso di rivolta nella base. Si tratta di Beppe Giulietti, responsabile Informazione ed esperto di emittenza televisiva, di Renzo Innocenti, uno dei due espertissimi segretari d’aula e di Marcella Lucidi, donna, giovane, deputata apprezzata della componente dei Cristiano-sociali e Laura Pennacchi, ex sottosegretario vicino al Correntone, molto apprezzata da Romano Prodi. Ma anche per loro ci sono pochissime speranze, spazzati via insieme a sessanta colleghi da un imperativo categorico: far posto alle truppe cammellate di Piero Fassino e a qualche eccezione dalemiana.
Ed ecco i «Neanderthal» fassiniani che hanno conquistato posizioni invidiabili. Nomi del tutto sconosciuti al grande pubblico come Cesare Damiano, responsabile Lavoro, che ha conquistato l’ambito posto di capolista nel Piemonte 2; oppure come Maurizio Migliavacca, candidato alla testa della lista in Lombardia 2; oppure come l’ex migliorista (anche lui riciclato nella squadra del segretario) Cesare De Piccoli, già prescritto di Tangentopoli che guida la lista della Quercia nel Veneto. Marina Sereni, responsabile Esteri della Quercia, ha ottenuto il seggio blindato dell’Umbria mentre al Senato arrivano altri carneadi vicini al leader dei ds come Graziano Mazzarello.
In realtà si tratta di una partita complessa e articolata, il cui risultato finale, liste prive di personalità capaci di grande appeal e decimate nella rappresentanza, è il prodotto di due spinte opposte: da un lato il bisogno di fare spazio agli uomini del segretario, che erano tutti fuori dal Parlamento; dall’altro la necessità di garantire le piccole «riserve indiane» per i capicorrente e gli uomini a loro più vicini. È stata quasi dimezzata la pattuglia del Correntone, che ha ottenuto però la possibilità di riconfermare cinque uomini nei posti sicuri. È stata poi garantita (con Fabrizio Vigni e Fulvia Bandoli) la componente ambientalista e anche la rappresentanza di Socialismo 2000 (Cesare Salvi e Massimo Villone). Ovviamente si è cercato di salvare almeno uno per ciascuna delle componenti che diedero vita alla sfortunata Cosa 2: così è rimasto Famiano Crucianelli (ex Comunisti unitari) e si sono salvati Mimmo Lucà (numero uno dei Cristiano-sociali) e Valdo Spini (Laburisti).
Sono rimasti invece stritolati tutti coloro che non godevano di protezioni o riserve protette: a casa Stefano Passigli, il senatore-editore; a casa Franco Debenedetti, il liberista-riformista; e sotto minaccia di espulsione un personaggio come Giulietti, che ha aperto un vero e proprio caso ed è stato addirittura oggetto di un appello sul quotidiano dei ds L’Unità. Il malcontento è enorme sia nel gruppo parlamentare, sia nella base, e in Liguria 20 dirigenti della Quercia si sono autosospesi per protesta contro l’esclusione di un senatore come Lorenzo Forcieri. In questo diluvio, quelli che hanno tenuto meglio sono i dalemiani: Gianni Cuperlo capolista in Friuli, Marco Minniti in Calabria, Violante addirittura in due circoscrizioni della Sicilia, Angius in Abruzzo e lui, il leader maximo, in Campania e in Puglia. «Sono le più brutte liste della nostra storia», sussurra un deputato (peraltro confermato). Questa volta, non ci sono dubbi, comunque vada dopo il voto ci sarà una notte dei lunghi coltelli al Botteghino.