Canelli e le cattedrali del vino

Ci sono cattedrali potenzialmente sotto gli occhi di tutti perché le loro guglie puntano al cielo, Milano, Colonia, Winchester..., e ve ne sono altre che si sviluppano sottoterra e se non te lo dicono e se poi non scendi e vi entri proprio non le vedi. Capita ad esempio nell’Astigiano, a Canelli, capitale dello spumante italiano da quando nel 1850 Carlo Gancia vi importò il metodo champenoise, ma già «in fermento» da prima per via del moscato.
Fatto molto importante: non sono naturali. Nulla a che vedere con le grotte tipo quelle di Roquefort, celebri per il formaggio prodotto al loro interno, e nemmeno con i crotti ticinesi, comaschi o valtellinesi, un po’ cantine/magazzini e un po’ osterie, il più delle volte private, circoli per celebrare la convivialità tra persone amiche.
A Canelli c’è la mano dell’uomo, fattore decisivo per provare a fare diventare realtà un sogno nato sei o sette anni fa nella mente dell’allora sindaco Oscar Bielli: ottenere per queste cattedrali sotterranee il riconoscimento di patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco. Decisivi i prossimi sei mesi - il ministero dei Beni culturali deve inoltrare la domanda - e ancora di più i successivi sei, quando ogni giorno potrà rivelarsi quello giusto per la risposta.
Come ricorda Giuseppe Camileri, assessore allo sviluppo del territorio e profondo conoscitore della storia locale, «non è un progetto di Canelli e basta, coinvolge tutti i paesaggi vitivinicoli del Sud Piemonte distribuiti in tre province: Cuneo, Asti e Alessandria». Le cattedrali e i relativi 15 chilometri di gallerie sono state strappate al tufo per conservare i prodotti della terra, ma anche il sale e tutto quello che viaggiava sulla via per Savona e Vado Ligure, storici sbocchi al mare di Canelli che fungeva come da snodo commerciale. Il vino ha presto preso il sopravvento su tutto, anche se oggi è forte il contrasto tra una ricchezza bella come quella che nasce in vigna e matura in cantina e quella «brutta» ma economicamente redditizia nata negli ultimi lustri.
Un produttore di qualità come Piero Coppo, terza di quattro generazioni, sospira quando parla del settore dell’eno-meccanica, con i famigerati capannoni disseminati qua e là: «Hanno deturpato il paesaggio, anche se capisco che il boom legato loro è importante. Basti dire che quel settore conta tra le sessanta e le settanta ditte, mentre noi del vino legati alle cattedrali siamo quattro appena». Ma colossi: Bosca, Contratto, Coppo e Gancia.
Coppo è pessimista circa l’esito finale dell’azione «perché Canelli sta perdendo la sua immagine di capitale del vino con le bollicine e paghiamo in termini di bellezza del paesaggio per alcune scelte scellerate come quella in paese di sostituire il porfido con l’asfalto». Però Camileri ha buon gioco nel sottolineare come «i canellesi sono non ottimisti per natura, critici in ogni cosa, ma proprio per questo è importante il passo compiuto per ottenere il riconoscimento Unesco. Ha fatto finalmente prendere coscienza alla cittadinanza che viveva sopra un capolavoro, del quale non se ne capiva l’importanza storica, culturale e anche turistica perché l’intero progetto mira a alimentare un turismo di qualità che parta da Canelli città del vino e coinvolga un’area ben più vasta».
Coppo, alimentandosi anche dei ricordi delle vendemmie del secondo dopoguerra, lui ragazzino, si augura che «si torni a pensare alla natura, perché l’abbiamo cambiata in peggio e anche il vino ne sta pagando le conseguenze». Se Canelli celebrerà l’assedio del 1613 nel fine settimana del 20-21 giugno, il clou goloso cade per tradizione a settembre, quest’anno il 26-27 quando vie, botteghe e cantine si riempiono delle bontà locali e di una decina di regioni italiane e non. Per ogni informazione www.comune.canelli.at.it. Intanto segnatevi il nome e telefono del ristorante migliore: San Marco in via Alba, 0141.823544.