La «Canestra» va in vacanza

Per la prima volta da oltre quattrocento anni, la «Canestra di frutta», celebre natura morta dipinta dal Caravaggio, lascia casa sua, ovvero la sala numero sei al primo piano della Pinacoteca Ambrosiana, della cui collezione è il fiore all'occhiello. Ieri pomeriggio, davanti a telecamere e fotografi, l'olio su tela di Michelangelo Merisi, alias Caravaggio, è stato infatti staccato dal muro e sfilato dalla cornice, quindi dai rivestimenti in plexiglass che lo proteggono avanti e dietro. La «Canestra di frutta», acquistata personalmente dal cardinale Federico Borromeo, fondatore dell'Ambrosiana, nel lontano 1607, lascia così momentaneamente Milano. Dopo una spolveratura, il controllo delle viti della cornice e del sostegno, la sostituzione del plexiglass retrostante (che ha subito nel tempo una piccola incrinatura), il capolavoro caravaggesco è pronto per un viaggio importante: super-blindato con tanto di scorta all'interno di una cassa adatta al trasporto speciale (solo per l'assicurazione si vocifera di svariati milioni di euro) andrà fino a Roma, pezzo forte della mostra dedicata al pittore lombardo che si terrà alle Scuderie del Quirinale. «Un quadro di lunghezza un braccio, et di tre quarti incirca di altezza, dove in campo bianco è dipinto un Canestro di frutti parte ne rami con le lor foglie, et parte spiccati da essi fra quali vi sono due grappoli di uva, uno di bianca et l'altro di nera, fichi, mele et altri di mano di Michele Agnolo di Carabaggio». Annotava così il cardinal Federico, raffinato cultore dell'arte: il Borromeo acquistò la tela a Roma tre anni prima della tragica fine del Merisi e fu immediatamente soddisfatto di questo piccolo ma significativo pezzo da aggiungere alla sua collezione. Dipinto tra il 1597-1598, almeno secondo gli studi di un'esperta quale Mina Gregori, la «Canestra» è un quadro di misure ridotte (47x62 cm): tolto dalla sua cornice, sborda persino un po' dalla parte del ramo, segno che la sua tela, come hanno rivelato accurate indagini, era di recupero, dunque usata da Caravaggio per precedenti lavori. Gioiello della Pinacoteca Ambrosiana, che pur possiede capolavori quali il «Musico» di Leonardo, ritratti di Tiziano e una galleria fiamminga di grande valore, l'opera caravaggesca è da sempre rimasta affissa al muro, risparmiata persino dai saccheggi napoleonici. Conservato in buono stato, nonostante non abbia mai subito restauri ma solo attività di manutenzione, ieri il capolavoro è stato dunque spostato dalla sua sede originaria; oltre alla verifica dell'opera, necessaria prima della trasferta romana, l'operazione ha permesso un altro intervento per nulla secondario: la sua digitalizzazione. L'Ambrosiana ha affidato l'intervento ad Haltadefinizione, azienda italiana che in passato ha fotografato delicatissime opere come la Sacra Sindone, l'Ultima Cena di Leonardo o i dipinti della Cappella degli Scrovegni di Giotto a Padova: ieri la «Canestra» si è messa in posa in un macchinario che ha permesso, grazie a una tecnologia particolare, di fotografare l'opera ad altissima qualità. Per capire che cos'è la tecnica Rhd (Real high definition), basti sapere che è possibile analizzare particolari della tela di dimensioni fino a un centesimo di millimetro. È quasi come mettere la «Canestra» sotto il microscopio: un intervento utile tanto per scopi scientifici di studio e approfondimento quanto per utilizzare le immagini digitali per rielaborazioni multimediali, un'operazione che l'Ambrosiana ha avallato anche per alcune opere del fiammingo Jan Brueghel, conservate nella sala accanto alla «Canestra». Dal prossimo 20 febbraio al 13 giugno - quanto durerà la mostra romana - l'opera caravaggesca, amata dal cardinal Borromeo al punto da lamentare di non riuscire a trovare per la sua collezione una natura morta che reggesse il confronto, sarà comunque presente all'Ambrosiana sotto forma virtuale. Un display con le immagini ad alta definizione e uno studio del dipinto attraverso vari supporti multimediali saranno proposti ai visitatori della Pinacoteca milanese in attesa che il quadro «di lunghezza un braccio» torni a casa.