Il «canguro» Ogilvy sbanca l’America Tiger mai così male

L’australiano a New York vince l’Open e conquista il suo primo major della carriera, intascando un milione e 225mila dollari. Il fenomeno Woods fuori al taglio

Mario Camicia

L’Open degli Stati Uniti è da sempre foriero di grandi sorprese e di colpi di scena, in buona parte e spesso dovuti alle difficoltà sadicamente programmate del percorso di gara. Ma questa 106ª edizione dell’Us Open resterà negli annali forse più per chi non ha vinto il torneo che non per il pur bravo e meritevole Geoff Ogilvy che alla fine si è ritrovato sul tetto del mondo. Alla fine due tra i migliori giocatori del pianeta, Montgomerie prima e Mickelson poi, sull’ultima buca sono andati letteralmente nel pallone. Dopo le prime due giornate la griglia di partenza aveva già perso molti degli annunciati protagonisti, primo fra tutti Tiger Woods alla sua prima eliminazione in carriera da un torneo del Grande Slam.
Mai visto un finale di Us Open come quello di quest’anno. Phil Mickelson, vincitore dell’ultimo Masters, e l’outsider britannico Kenneth Ferrie partivano appaiati al comando con un punteggio di due colpi sopra il par. A ruota, distaccato di un solo colpo, l’australiano Ogilvy, vincitore quest’anno del primo dei World Championship, l’Accenture Match-Play. A tre colpi l’americano Steve Stricker, il britannico Jan Poulter, ma soprattutto Vijai Singh e Colin Montgomerie, subito davanti ad Harrington, Weir e Furyk.
Ferrie, Stricker e Poulter erano i primi a dare segni di cedimento, Vijai Singh - vincitore sul Tour la settimana prima - ci provava, ma il suo rendimento sui green era deludente. Anche il canadese Weir, vincitore di un Masters, non riusciva a carburare. Ogilvy, per contro giocava, le prime 9 buche con l’abituale regolarità, tenendosi lontano dai pericoli di Winged Foot e riusciva a portarsi da solo al comando prima di incappare in qualche errore più che accettabile. Ne approfittava Mickelson, sostenuto a gran voce dal pubblico amico che riusciva, a quattro buche dal termine, a prendere un vantaggio di due colpi su Montgomerie.
Le ultime tre buche di Winged Foot sono di quelle davvero da «gran final», nel bene e nel male. Mickelson, dato ormai vincitore, perdeva un colpo alla 16; Montgomerie faceva un miracolo di birdie alla 17 -, lo faceva anche Ogilvy, per salvare un par impossibile, malgrado tutti gli occhi fossero ormai puntati sul duello Monty-Mickelson. Harrington, rientrato in corsa, chiudeva con 3 bogey consecutivi; anche Furyk perdeva un colpo alla 18. Per Montgomerie si riapriva la speranza di vincere il suo primo torneo del Grande Slam in 58 partecipazioni, ma alla 18 con Mickelson nei guai sbagliava grossolanamente il secondo colpo al green e Winged Foot lo puniva con addirittura un doppio bogey. Strada aperta per Mickelson che però a sua volta sbagliava l’ennesimo colpo di partenza proprio all’ultima buca, centrava un albero col secondo, metteva palla impossibile in bunker con il terzo ed anche lui - quasi in lacrime - usciva dal green con un doppio bogey e un sogno infranto.
Il silenzioso e poco appariscente, ma tenace Ogilvy, che nel frattempo era riuscito a terminare indenne le ultime tre buche, si ritrovava all’improvviso vincitore del torneo più prestigioso d’America e vedeva spalancarsi le porte del «club dei grandi».