«Ma il canile di via Adamoli non è un lager»

«Noi facciamo del nostro meglio, e la cittadinanza può venire a verificare quando vuole». Si difende così Clara Bongiorno dell’associazione Una, responsabile tecnico del canile municipale genovese di via Adamoli, rispondendo a Elvio Fichera, in passato gestore della struttura, che a luglio aveva denunciato come il canile fosse in abbandono, e in una condizione di degrado tale da far fuggire persino i volontari che si offrono di assistere i cani ospitati.
«Nessuno ha mai negato quanto la struttura sia obsoleta, vecchia, fatiscente - scrive Clara Bongiorno - Occorrono maggiori risorse per mantenere una struttura come questa, senza spazi, con gabbie non a norma, piccolissime, dove la maggioranza dei cani vive per almeno 23 ore e mezzo al giorno. Ma non sono d’accordo con il signor Fichera, quando dice che il numero dei volontari è in diminuzione, perchè la media presenze di aggira sui 40 giornalieri, con punte massimo al sabato pomeriggio e domenica di 50-55 presenze. In settimana, molti lavorano e magari, se ce la fanno, vengono nel tardo pomeriggio, tanto è vero che l’orario di chiusura non viene mai rispettato. Ma occorre pensare che siamo in luglio, ed è tempo di ferie».
Al canile genovese, continua la responsabile della struttura, «sono attualmente ricoverati circa 230 cani, dal primo di gennaio sono entrati oltre 500 cani: 278 sono stati dati in adozione, 22 sono deceduti, e 3 sono arrivati già morti a causa di un investimento».
Sulla presunta diminuzione dei volontari impegnati ad assistere i cani, la Bongiorno risponde che «i volontari sono trattati con il massimo rispetto: ricordiamo però che è necessario attenersi alle regolari norme di sicurezza, come ad esempio un corretto uso del guinzaglio anzichè l’uso della corda, che molti volontari usano per maggiore comodità. In caso di incidente, infatti, questo strumento non viene riconosciuto come attrezzo idoneo, e quindi può essere consideato un ostacolo al risarcimento in caso di infortunio». La replica all’accusa secondo cui gli iscritti ad alcune associazioni animaliste non siano ben accetti è categorica: «Non è assolutamente vero che gli iscritti ad altre associazioni non siano ben accetti. Anzi...Noi collaboriamo con tutti».
Sulla questione degli incidenti verificatisi all’interno del canile, la Bongiorno ammette: «Gli incidenti si sono notevolmente ridotti, ma non evitati completamente. Da qui, l’esigenza per il Comune di Genova di siglare un nuovo protocollo d’intesa che regoli l’attività del volontariato sia per la sua sicurezza che per la sicurezza dell’animale stesso».
Uno dei problemi di più difficile soluzione, secondo la Bongiorno, è che nella struttura genovese «purtroppo arrivano cani da ogni dove della Provincia: sani, malati, alcuni anche con la gastroenterite. Di questi, alcuni purtroppo muoiono, ma sono molti quelli che sono recuperati grazie all’assistenza di quei volontari che, per assisterli, passano addirittura le loro notti al canile».
In chiusura, la responsabile della struttura cita anche qualche possibile soluzione, per migliorare le condizioni dei cani ospitati in via Adamoli: «Occorre attuare una corretta e mirata regolamentazione per la detenzione di animali, avere più risorse umane che seguano queste problematiche, incrementare il nucleo di polizia municipale del settore animale, fare nuovi corsi per guardie ecozoofile». E ancora, sulle sterilizzazioni: «Le sterilizzazioni sono un problema scottante e dispendioso, e in questo caso la Regione deve attivarsi con l’Ordine dei veterinari per incentivarle, perchè gli stipendi e le pensioni sono quelli che sono, e i più non possono permettersi cure e sterilizzazioni per il loro animali». L’invito, quindi, è «a parlare di sterilizzazioni, di educazione, di comportamento, obbligatorietà del microchip, di registrazione all’anagrafe canina, di adozione e acquisto di un cane con responsabilità e consapevolezza. Obblighiamo i comuni ad attrezzarsi con proprie strutture, affinchè tutto non gravi sul canile municipale di via Adamoli».