Canino, il rifugio degli ultimi Bonaparte

La storia di Canino, un paese in felicissima posizione naturale, a due passi dalla Toscana e dal mare, va dagli Etruschi fino ai Bonaparte. Quando c’erano ancora gli Etruschi il piccolo centro faceva parte della «lucumonia» di Vulci, ma dopo la conquista romana e le frequenti incursioni dei pirati saraceni, Canino si trasformò in un sicuro rifugio per le popolazioni minacciate anche dai capricci di signorotti vicini e lontani. Per questa ragione non fu sempre un isola felice. Tanto è vero che nel 1327 Ludovico il Bavaro distrusse le sue mura e massacrò circa duecento dei suoi abitanti. Quando, verso la fine del 1300, l’amministrazione del suo territorio passarono, per volere dello Stato Pontificio, nelle mani di Ranuccio III Farnese, il borgo visse un tempo di eccezionale sviluppo economico. Tutto ciò ebbe fine con la caduta del vicino Ducato di Castro, che determinò il ritorno di Canino tra i possedimenti del Soglio Pontificio. Il ritorno a una vita migliore si ebbe solo nell’Ottocento, quando Luciano Bonaparte, in dissidio col fratello Napoleone, si stabilì da queste parti con tutta la famiglia, assumendo per volere di papa Paolo VII il titolo di Principe di Canino. Morto Bonaparte, nel 1840, la proprietà venne venduta agli emergenti banchieri Torlonia.
Da vedere. I turisti che arrivano a Canino possono gettare uno sguardo al centro storico per ammirare il Palazzo Comunale e l’antico Palazzo della Giustizia. O la Collegiata dei Santi Apostoli Giovanni e Andrea, iniziata alla fine del Settecento, e il Convento di San Francesco dove, secondo la leggenda, sostò il santo di Assisi. Ma l’attrazione somma di Canino è la vastissima zona archeologica di Vulci le cui oltre 30mila tombe hanno arricchito i musei di tutto il mondo con fibule d’oro, gioielli, bronzi, candelabri, sculture in nenfro, vasi decorati a figure rosse e nere, bicchieri, e molti altri oggetti di notevole fattura e inestimabile interesse. E fu proprio Luciano Bonaparte a condurre, nel 1828, i primi scavi regolari e sistematici in questa zona. Se si vogliono abbandonare le sale dei museo per fare una passeggiata è possibile recarsi nella vicinissima oasi naturalistica di Vulci. Qui è possibile osservare, in una natura realmente incontaminata, diverse specie faunistiche: aironi, gazzette, poiane, gatti selvatici, istrici, cinghiali, sgazze dal ciuffetto,tassi. Un vero miracolo.
Da mangiare e da bere. Una fonte primaria di guadagno per i caninesi è l’olio extravergine dop cui, ai primi di dicembre, il paese dedica una popolare sagra detta anche della bruschetta. Tutto ciò anche per dire che la cucina del luogo cura il rispetto dell’andamento stagionale senza dimenticare le tradizionali «discendenze» dalla maniera maremmana. Perciò, di solito, l’offerta gastronomica si apre con i crostini o al petto d’oca o con il lombo di cinghiale al pepe rosa; poi acquacotta, coniglio a porchettaccia, cinghiale in buglione, agnello a scottadito. Ancor più tipica è la proposta dei formaggi: caprini al forno e, squisitissima rarità, il «guttus» (una sorta di gorgonzola morbido servito con miele di corbezzolo o marmellata di fichi). I vini sono quelli di Gradoli o di Grotte di Castro.