Di Canio si confessa, sfuriata dopo sfuriata

S e tutto il calcio fosse come Paolè allora sarebbe una goduria vera, per i tifosi, per i giornalisti, per i dirigenti. Per gli allenatori, be’, meglio lasciar perdere. Paolè Di Canio ha messo in rete un libro, dopo quello scritto e andato a ruba in Inghilterra. Ha raccolto il diario di una stagione, con il conforto e la collaborazione di Elisabetta Esposito, new entry del giornalismo ma già brava a recepire il messaggio e a trasmetterlo agli astanti.
Per chi prepara paletta e secchiello suggerisco anche un salvagente, non per le acque infide ma per la lettura del libro (Paolo Di Canio Il ritorno, un anno vissuto pericolosamente, Baldini Castoldi Dalai editore) che può diventare pericolosa come il sottotitolo strilla. Paolè ha vissuto in Scozia e in Inghilterra e sull’isola ha imparato le buone maniere british e anche il pregio di raccontare nei libri quello che accade nello spogliatoio, in campo, insomma nell’esistenza quotidiana di un calciatore. Un reality book è una cosa forte, dunque, per chi è abituato alle cosucce di casa nostra, al ringrazio il mister, il nostro meraviglioso pubblico, l’importante è il collettivo. Per Paolo Di Canio tutto questo zucchero a «pelo» è monnezza, rubbish. Lui ci svela le incazzature con Caso, un repertorio di insulti, di volgarità e di aggressioni, ci ribadisce l’italiano alla vaccinara di Lotito che scambia il Charlton con il Charleston, ci racconta l’ambiguo rapporto con Papadopulo, torna a scaldarsi e a scaldare con il derby, la vigilia, la guerriglia con Totti, il gol, il saluto romano, varie ed eventuali, ritorna al litigio furibondo, ai tempi milanisti con Fabio Capello. E, sappiate bene, non gira attorno all’argomento, la sua è una supermoviola, momento per momento, parola per parola, o meglio parolaccia per parolaccia. Parla anche della sua ideologia, fascista, dei tatuaggi, del padre muratore, insomma non finge, non maschera, non bluffa. Se si fosse munito di telecamera avrebbe girato un film da Oscar e l’eventuale dvd sarebbe l’articolo più venduto in Italia e non soltanto nel Paese nostro.
Conosco Paolè, so che quando monta la rabbia in lui può accadere di tutto e vi invito a leggere le pagine in cui riavvolge il nastro sulle sfuriate in ritiro, sul buffet preso a calci, sul povero Liverani che inciampa indietreggiando per evitare il furioso, lo stesso era accaduto a Torino con Trapattoni. Si salvano in pochi, per esempio Lippi, che viene ricordato come il migliore, così come la fetta di carriera vissuta tra Scozia e Inghilterra, sul suolo che non è natio ma che più sta nel cuore, a parte «aaLazio», di Paolè.
Prevedo che i perbenisti, con giacca e volto blu, metteranno all’indice l’opera seconda del calciatore scrittore. Trattasi di gente che... sotto il vestito niente. Piuttosto Paolo Di Canio dovrebbe aver capito, ma credo che l’ipotesi sia irrealizzata e irrealizzabile, che ogni tanto bisogna contare fino a 10 prima di andare al tiro. A trentasette anni spesso ragiona e pulsa come un fanciullo capriccioso. Ha scritto nel libro che il sogno diventerà perfetto quando un giorno allenerà la Lazio. Gli auguro di poter esaudire il progetto e magari di trovarsi di fronte un altro Paolè, uno vero, sanguigno, tifoso ma pure calciatore. Tra qualche giorno torna ad allenarsi. Delio Rossi, neoallenatore della Lazio, legga il libro, si porterà avanti con il lavoro.