Cannes: contro le crisi va di moda la solidarietà

Dal film d’apertura a quelli di Haneke, Loach, Giannoli e Ang Lee: i
legami famigliari e le amicizie aiutano a superare momenti duri,
mancanza di lavoro, difficoltà economiche

Cannes - Solidarietà è la parola d’ordine dei più interessanti film del Festival. S’è visto che l’apertura con l’incantevole Up di Pete Docter non è stata solo questione di sfruttare l’effetto 3D. Questo bel film d’animazione racchiudeva infatti l’intonazione che ha caratterizzato la rassegna diretta - senza lasciare nulla al caso - da Thierry Frémaux.
Uno dei film in concorso ieri, A l’origine di Xavier Giannoli, ha ribadito che è appunto solidarietà che occorre nella crisi. Con la bella interpretazione di François Cluzet, Giannoli ha raccontato un episodio reale: una truffa dove però il truffatore fa qualcosa di utile, seppur di disonesto, per una comunità del nord della Francia, colpita più duramente di altre dalla disoccupazione. E nel modo più clamoroso e inaspettato: costruendo con le «bustarelle» un tratto autostradale poi entrato realmente in servizio. Pare una fiaba, ma non lo è.

Lo è invece Looking for Eric di Ken Loach, sempre in concorso, film su un postino di Manchester in crisi familiare, che trova però nei colleghi, tifosi come lui, il sostegno per sottrarre i figli alla criminalità. Se dovessi associare a un’immagine questo Festival, è quella del gigante che avanza con una maschera dai tratti di Eric Cantona; quando la toglie, sotto c’è il vero Cantona, preso come simbolo di un modo di essere atleti e uomini. «Così in campo, così nella vita», diceva Nereo Rocco, che atleti e uomini s’intendeva.

Con la solidarietà c’è stato un tema strettamente connesso, la famiglia. Il Festival ha schierato ieri in concorso un film che ne mostra i limiti, il lungo, bergmaniano e lancinante Nastro bianco (quello indice della purezza) di Michael Haneke, ambientato in un paese della Prussia orientale fra 1913 e 1914, dove la piccola comunità cela rivalità infantili e viziosità di adulti. E in effetti il mondo non è stato perfetto mai, nemmeno quando c’era il Kaiser e l’autorità paterna era rispettata. Ma Haneke è un cattivista sfrenato e comunque il suo film evoca un passato che ha una grave crisi, la Grande guerra, in un futuro ancora inconsapevole. Con un passato e un presente ben consapevoli vari altri registi hanno scelto di raccontare la solidarietà per i familiari, anche oltre la morte. Tale è la vendetta praticata da Johnny Hallyday appunto in Vendetta di Johnnie To (in concorso), dove è un nonno pistolero francese che in Cina uccide chi gli ha ucciso figlia, genero e nipotini. Pratica invece l’(auto)ironia politica Elia Suleiman col Tempo che resta (in concorso), storia della sua famiglia araba finita sotto dominazione israeliana.

Perfino chi, come Marco Bellocchio, ha odiato la famiglia, in particolare la sua, ha da tempo preso a rivalutarla. Se in Buongiorno, notte Aldo Moro diventava l’alter ego del padre, con cui riconciliarsi post mortem, in Vincere (in concorso) il passato evocato è quello di una famiglia che poteva essere e non è stata per Benito Albino Mussolini, figlio di Benito Mussolini e Ida Dalser, che amò invano quell’uomo complesso più del suo bambino triste.

È invece ebraica e americana la famiglia di Taking Woodstock di Ang Lee (in concorso), con un figlio gayo che contribuisce a salvare l’economia domestica orientando sui paraggi del motel dei genitori il più noto dei concerti rock di massa (1969). Mentre non è gaya, ma caratteriale la ragazza di Fish Tank di Andrea Arnold, ennesima riproposta di cinema «arrabbiato» inglese che non innova quanto a tecnica, ma ricorda che un padre, anche adottivo, anche un po’ mascalzone, è sempre meglio che nessun padre. E la pensa così anche Jacques Audiard a giudicare da un altro film francese in concorso che è piaciuto molto: Un prophète, ovvero come anche in prigione un orfano arabo stia meglio se trova un «padre adottivo» còrso. Delinquenti entrambi, ma nessuno è perfetto.