«Cannes crescerà ancora: come spazi e film»

Maurizio Cabona

da Parigi

Il primo Festival di Cannes stava per cominciare, quando cominciò la guerra alla Germania; la Francia ebbe i suoi guai e il primo Festival slittò al 1946, ma le successive edizioni sono state puntuali, eccetto nel 1968, per i noti fatti. Quella del 2007 sarà dunque la sessantesima edizione. Non era ancora finita la cinquantanovesima quando Gilles Jacob, presidente del Festival, pubblicava un appello per un nuovo Palazzo del cinema, il terzo nella storia del Festival (l’attuale è del 1983). Si noti che la Mostra di Venezia aspetta ancora il secondo.
Ogni questione di quantità è implicitamente una questione di qualità. Perciò ne parlo con Thierry Frémaux: a lui, direttore artistico del Festival, tocca la scelta dei film, connessa con la capienza dell’immobile dove proiettarli: oggi la sala principale ha duemilaquattrocento posti; poi ce n’è una da mille, una da quattrocento, una da trecento e una da cento.
«La sessantesima edizione - mi dice Frémaux - non sarà commemorativa, ma permetterà di riflettere sul futuro».
I grandi festival vogliono essere ancora più grandi. Non soffriranno d’ipertrofia?
«Perciò occorre controllarne lo sviluppo. Un evento, se diventa troppo grande, diventa inumano».
Quello di Cannes è il Festival internazionale del film. Più che film, i media però vogliono divi.
«Il selezionatore decide i film e dalla loro ammissione deriva l’arrivo dei divi. La loro ulteriore disponibilità, oltre alla normale conferenza stampa, dipende da chi distribuisce i film».
Sarà la paura del terrorismo, sarà la paura di stancarsi, i divi appaiono e scompaiono. I film invece aumentano di numero e talora di lunghezza.
«Ogni anno sono di più i film che vorrebbero partecipare al Festival. Quantità però non significa qualità: oltre certi limiti, si creano problemi di selezione».
Quanti film ha visto per la selezione del 2006?
«Più di mille, per sceglierne cinquantasette».
Davvero tanti film lo meritavano?
«Arte per l’eccellenza della prima metà del ventesimo secolo, il cinema è oggi è un’arte matura...».
Thierry il selezionatore cela Frémaux il diplomatico. Il selezionatore è contento di Cannes 2006?
«È stata una buona edizione, con due caratteristiche: mancanza di sorprese e anche di film-choc, da molti reclamati, quale che ne sia la qualità; aumento delle stellette attribuite dai critici sulle pubblicazioni specializzate apparse durante il Festival, Le Film français e Screen International».
Ma i delusi si notano più dei contenti.
«Quando i film usciranno nelle sale, il pubblico vedrà che ci sono stati buoni film».
Come spiega le diverse percezioni?
«Il Festival suscita tali passioni - soprattutto in Francia - ed esigenze che ogni anno si vuole di più e di meglio».
Lei che cosa si propone?
«Conciliare i gusti della critica, della stampa generalista, degli autori con le esigenze del glamour».
Un Festival è anche un clima...
«M’hanno colpito buonumore e simpatia degli autori messicani. Alejandro Gonzales Inarritu e Alfonso Cuaròn sono venuti ad applaudire Guillermo del Toro, quando talora i connazionali sono rivali».
Gli italiani lo sono stati?
«No, Moretti e Sorrentino sono amici. Alla fine del suo film, Moretti è andato ad applaudire il pubblico che l’applaudiva, poi ha fatto salire sul palco i suoi attori e ha ripetuto il gesto con loro: nessuno l’aveva fatto».
E i francesi?
«Il premio agli interpreti di Indigènes è stata una rivincita per loro, per i loro personaggi e per le generazioni di banlieue, che non vanno giudicate solo per i fatti dell’anno scorso».
Ken Loach ha vinto la Palma d’oro, finalmente.
«La platea di Cannes è restia alla standing ovation, ma l’ha tributata a Ken Loach. L’avrebbe tributata anche ad Almodòvar o Moretti, se avessero vinto».
Perché anche a loro?
«Per il loro film, per il riconoscimento del loro valore».