Il canone? Un modo elegante di tener fuori «gli altri»

Lo inventarono Aristofane di Bisanzio e Aristarco nel II secolo a.C. per raccogliere le opere più notevoli della grecità

A pensarci bene, ogni canone assomiglia alla Zattera della Medusa di Géricault: un fragile e angusto galleggiante dove cercano rifugio in troppi, fra tentazioni di cannibalismo e desiderio di salvezza, i vivi accanto ai morti, ai moribondi e ai loro futuri assassini. Nessuno dubita che il canone sia un mezzo per scampare a un naufragio: non a caso lo inventano nel II secolo avanti Cristo (età in cui è ormai scomparsa la valenza politica e sociale della letteratura) due grammatici, Aristofane di Bisanzio e Aristarco, i quali raccolgono le opere più notevoli della grecità lasciando fuori «gli altri», i minori, costretti da allora ad oscillare tra desiderio di salvezza e smania di eterna perdizione, quest’ultima da soddisfare in qualche bistrot odoroso d’assenzio, non distante dal salon des réfusés. Con il ’900, il secolo delle avanguardie in cui vince chi governa lo stato d’eccezione, cambierà tutto. Sugli altari salirà l’anticanone mentre gli autori canonici saranno tacciati di accademia. Ma il XXI secolo torna a interrogarsi sul canone e a farne un passaggio obbligato della storia letteraria.
Si deve a Roberto Carnero, professore all’università di Milano, e a Mauro Palma, direttore del settore scuola del sito Treccani, l’iniziativa di chiedere a dieci critici di votare dieci opere narrative pubblicate tra il 1955 e il 2005, in vista di un’«ipotesi di canone». Parlare di «ipotesi» servirà a ricordare in primo luogo che l’operazione vuole offrire una bussola per orientarsi meglio nella letteratura italiana del secondo Novecento; e in secondo luogo a non far strillare troppo chi avrebbe preferito un canone meglio temperato, in cui per esempio accanto ai cinque voti per L’isola di Arturo della Morante vi fosse uno spazio anche minimo per Landolfi, Pizzuto, Bilenchi, Bufalino, Domenico Rea e la Ortese, che non sono esattamente dei gregari. Ma se proprio si volesse muovere un appunto, consisterebbe meno nel lamentarsi delle esclusioni, che peraltro forse si sarebbero potute evitare costringendo i votanti a chiacchierare per un paio d’ore attorno ad un tavolo, e più nel biasimare alcune inclusioni che lasciano di stucco: per esempio quella di Aldo Nove, generata forse da una pericolosa inclinazione allo snobismo; e quella di Melania Mazzucco, premiata per la sua prova più disastrosa, Un giorno perfetto.
Infatti un canone si caratterizza anche per ciò che non può e non vuole accogliere. Anche perché, se entra il cavallo di Troia di Un giorno perfetto, si porta dietro cinquecento romanzi della stessa risma, e allora addio al canone e alla sua funzione di baluardo contro il naufragio della cultura, o per lo meno contro la sua banalizzazione.