Canta, corre, favoleggia. Il poeta (rinato) commuove al ritorno dopo 15 anni

Tutto esaurito al Summer Festival di Lucca. Il cantante canadese in gran forma rimane sul palco per quasi tre ore. Show a Milano il 23 ottobre

Lucca - E si rimette il cappello, un bellissimo cappello Borsalino che Leonard Cohen si era calato sulla chioma grigia e timida prima di arrivare sul palco qui nella piazza Napoleone di Lucca per il suo primo concerto italiano e dopo aver iniziato una nuova vita. Ha appena finito di cantare Dance me to the end of love che ha aperto lo show in un’euforia di applausi e, diciamola tutta, di affetto filiale del pubblico in rispettosa adorazione, seimila persone composte, ordinate e accidenti quanto entusiaste. È bastato che lui, il poeta di Montreal, arrivasse quasi saltellando in scena per iniziare una corrispondenza di amorosi sensi capace di trasformare una piccola ricorrenza - il suo ritorno in Italia dopo 15 anni - in un grande evento.

In quello che è il più bel festival rock italiano, il Summer Festival, organizzato con competenza famelica ed equilibrata e troppo trascurato dalla stampa, il concerto di Leonard Cohen è stato forse il migliore, uno dei rari momenti in cui la poesia riesce a trasformarsi in musica senza neanche un briciolo di autocelebrazione, senza enfasi, senza nient’altro che armonia e totale empatia tra artista e platea. Certo, il merito è il suo, del signor Leonard Cohen prossimo ai 74 anni, autentico signore del palcoscenico sin dal primo istante, sin da quando ringrazia tutti per la «calda accoglienza» con quella voce misteriosa, presa dalla cantina dell’animo e temprata dall’alcol e dai dubbi e dalla vecchiaia perché da vent’anni è ancora più bassa, incatramata in un registro che è proprio della poesia vissuta e sofferta.

E allora ecco perché il pubblico (compresi Beppe Grillo, l’incredulo Biagio Antonacci, Pierluigi Collina, Guglielmo Epifani e Alan Friedman) ha seguito in silenzio tutte le canzoni, dalla sublime Tower of song a In my secret life e Take this waltz, esplodendo, letteralmente esplodendo in piccole ovazioni di compiaciuto piacere solo quando il brano finiva oppure lui, eccezionalmente vitale, chiamava l’applauso o modificava in un attimo il testo della bellissima Hallelujah per inserirci la parola Lucca («Vi ho detto la verità, non sono venuto fino a Lucca solo per ingannarvi»). Molto più di Bob Dylan, che ormai è autoreferenziale e vanesio, Leonard Cohen ha l’asciuttezza ispirata di chi si evolve e oggi, dopo gli anni trascorsi a bere e pregare in un monastero buddista a due ore di macchina da Los Angeles, è nella nuova fase di chi affronta le sue canzoni che parlano di amore, sesso, depressione, religione e financo politica con il sorriso sulle labbra, compiaciuto, sereno nel suo eterno dubbio. Ora Leonard Cohen ride anche sul palco. Lui, un depresso sardonico, ha iniziato la nuova vita - sarà la terza o la quarta chissà - di chi vede le cose con il distacco poetico che le rende comprensibili a tutti e non più solo a una frangia ristretta.

E perciò, in piazza Napoleone qui a Lucca, c’erano tanti giovani, tanti che potrebbero essere suoi nipoti eppure se lo sono goduto, si sono infiammati ascoltando l’eterna Suzanne, che ha quarantadue anni, o la incredibile Sisters of mercy come se fossero canzoni di oggi. Ed è per questo che Leonard Cohen non ha bisogno, come tanti suoi coetanei imbalsamati, di essere attualizzato. Lo fa da solo, si attualizza lui presentando canzoni identiche al disco negli arrangiamenti ma nuove nello spirito. E così That’s no way to say goodbye o Everybody knows prendono nuovi slanci, si nutrono delle tre brave coriste e di una band con un mandolinista superbo, e una dopo l’altra si trasformano in un karma lungo quasi tre ore capace di diffondere ciò per cui sono nate: il piacere. E giù il cappello (non il suo Borsalino, ma quello del rispetto per il più vivo dei poeti musicali).