Il cantastorie Cereghino in S. Matteo

Irene Liconte

Una piazza decorata di festoni variopinti, volano le note di canzoni in dialetto: siamo a Favale di Malvaro, in Val Fontanabuona, nell'800, durante una fiera di paese. Tutto questo si materializza per la magia del teatro in «Storia di un cantastorie: Cereghino detto Scialìn», spettacolo allestito da domani al 10 agosto alle ore 21 da Lunaria Teatro per la regia di Daniela Ardini in Piazza S. Matteo. E la severa figura del santo che esibisce il Vangelo, la chiesa che si staglia tra le ghirlande colorate non sono elementi avulsi dalla messinscena: si tratta infatti della storia vera di una pesante discriminazione religiosa subita da una famiglia di fede protestante di Favale. La trama è incentrata sulle nozze contrastate di due giovani del paese; i «Promessi Sposi» di Favale (Fabrizio Mattini e Arianna Comes) non devono però fronteggiare i soprusi di un potente, ma il muro di intolleranza e pregiudizi eretto contro di loro dall'intero paese. Il fidanzato, infatti, appartiene alla famiglia dei Cereghino, cantastorie dialettali di credo valdese: il matrimonio non può essere celebrato senza una dispensa papale. I due, invece, ricorrono al matrimonio «a sorpresa» alla Renzo e Lucia e, da quel momento, convivono come marito e moglie, suscitando ulteriore scandalo, tanto che viene intentato loro addirittura un processo. Le traversie dei due innamorati sono solo un capitolo della storia di una paziente ma tenace rivendicazione della propria libertà, di una pacifica ma salda sfida al peso delle convenzioni: un percorso iniziato anni prima, quando i Cereghino ebbero l'idea di ispirarsi alla Bibbia per i testi delle loro canzoni.
Corsi e ricorsi della storia dello spettacolo, se si pensa che il teatro moderno affonda le sue radici proprio in rappresentazioni sacre risalenti al Medioevo, i cosiddetti «Misteri», allestiti da compagnie itineranti, che assolvevano tra l'altro anche un compito didattico e morale verso il pubblico. Il parroco osteggiò accanitamente l'iniziativa dei Cereghino, specialmente quando questi ultimi comprarono in via S. Luca la Bibbia tradotta dal Diodati, ossia una versione protestante dei testi sacri. Vagabondando per fiere e sagre, i Cereghino si imbatterono in seguito a Pinerolo in una comunità valdese e si convertirono al protestantesimo, condividendone le posizioni meno rigide rispetto alla chiesa di Roma. Da quel momento anche la partecipazione alle funzioni religiose fu loro vietata, al punto di negare la sepoltura nel cimitero cattolico ai membri della famiglia, che realizzò un proprio cimitero, ancora visitabile a Favale. E, oltre al cimitero, sono stati conservati e recentemente restaurati anche la scuola e la casa dei Cereghino. Completamento dello spettacolo è la mostra che sarà inaugurata il giorno della prima; la documentazione spazia da foto d'epoca ad atti del processo e lettere del parroco: e dagli scritti emerge che ben quaranta furono i Cereghino che espatriarono negli Usa.
È in programma anche, alle ore 18.45, un incontro con Giovanni Meriana, autore del romanzo breve da cui è stato tratto lo spettacolo. La messinscena è giocata su due registri: la vicenda dei due fidanzati, narrata giocoforza da un cantastorie della famiglia, si alterna alle canzoni originali dei Cereghino, eseguite dal Gruppo Musicaio di Chiavari: alcuni dei componenti del Gruppo contribuirono, negli anni '70, al recupero del repertorio dei Cereghino e della loro memoria storica. Le canzoni, in dialetto, sono divertenti e brillanti e sprigionano una fantasia quasi surreale, come lo strano caso del «paesano» che sposa una donna di città ed è convinto che sia grassa e formosa, finché non la vede eliminare gli strati e strati di biancheria che la infagottava.