«Cantavamo il jazz sui camion: quelli erano veri reality show»

«Tutto è iniziato nel 1941. L’Eiar ci impose di cantare “Banzai giapponesina”. Tata Giacobetti comprò un disco dei Mills Brothers e tutto cambiò. Quando lui morì il gruppo si sciolse per sempre»

Antonio Lodetti

«Nel 1954 giravamo per i night club, dove venivano i commenda a rimorchiare le ragazze. Così scrivemmo il brano Troppi affari cavaliere, e c’era anche una frase che diceva: “cavaliere si dimetta”. Non parlavamo certo di Berlusconi, ma il pezzo è diventato attualissimo e due anni fa, quando ci dedicarono l’edizione del Premio Tenco, gli Avion Travel hanno deciso di reinciderlo». Sono una miniera di gustosi ricordi e aneddoti Virgilio Savona e Lucia Mannucci - entrambi classe 1920 - marito e moglie ma soprattutto anima del glorioso Quartetto Cetra, il gruppo più eclettico e garbato della nostra storia musicale.
Su un tavolino c’è un cd - una antologia di Duke Ellington - e qualche film in dvd, unica concessione al modernismo accanto a una imponente raccolta di long playing, 78 giri e V disc da collezione. «Guardiamo i film in dvd perché in tv ripetono sempre gli stessi. Li abbiamo visti mille volte». Nella loro accogliente casa nel centro storico milanese, nascosta in un interno per ripararsi dal rumore e dal traffico, i due si tengono lontano «da un mondo che non ci rappresenta più». Lui ancora imponente nel fisico e col gusto della provocazione, lei minuta, sempre sorridente e con gli occhi splendenti che tutti ricordano, accettano di raccontarsi dopo un asfissiante pressing...Li abbiamo inseguiti per un bel po’, tante telefonate, tanti semiappuntamenti, molti rinvii... Non per vezzo o snobberia, per carità. «Noi abbiamo sempre sussurrato, non amiamo le cose urlate in un mondo che oggi grida soltanto, per questo stiamo in disparte». Però hanno ancora tanto da dire. Sono appena usciti due splendidi cd a loro dedicati della serie Via Asiago 10, a cura della Rai, sono stati ricordati in tv alla festa di Lelio Luttazzi («Non torneremo mai in tv -sottolinea Savona-, io mi affatico subito. Non avrei partecipato alla festa di Luttazzi, ma quando Lelio ha accennato il tema di Vecchia America e dietro di lui è apparsa la nostra gigantografia abbiamo apprezzato l’omaggio») ed ora preparano un cd con canzoni inedite. «Ho trovato alcuni vecchi nastri con brani cantati da me e da Lucia; ho scritto la musica, i testi sono di grandi autori del passato, si intitolerà Capricci e uscirà verso la fine dell’inverno».
È un progetto cui Savona e la Mannucci tengono molto ma che non tradisce la memoria del Quartetto Cetra. «Eravamo come i Beatles, nessuno poteva essere sostituito. I Cetra sono finiti il giorno della morte di Tata Giacobetti. Tutti insistevano per farci continuare. Garinei ci disse: “non potete smettere, chiamatevi Trio Cetra, fate come volere ma andate avanti”, però non ce la sentimmo. Incidemmo Voglia di swing in memoria di Tata, poi se ne andò anche Felice Chiusano e fu la fine». Fine di una amicizia-collaborazione artistica ed umana irripetibile, nata ufficialmente il 18 aprile 1941 e fatta di jazz, swing, cabaret («Siamo partiti, divertendoci come matti, con Il visconte di Castelfombrone») canzoncine e soprattutto gustose parodie che culminarono con Biblioteca di Studio Uno, lo storico varietà-kolossal in cui rileggevano, sempre in garbata burla, opere come I tre moschettieri o Il conte di Montecristo. «Il buonumore, l’ironia ma mai l’insulto, ciò che molti comici oggi non sanno fare. La tv ora è volgare, altra cosa i copioni di Falqui, Verde, Garinei e Giovannini». «E poi scenografie e costumi - aggiunge Lucia - erano splendidi, disegnati da grandi sarti o provenienti da opere come Turandot o Aida».
Tre gentiluomini e una milady legati dalla leggerezza, dalla lealtà e dal collante ideologico della musica. «Io e Lucia ci siamo conosciuti all’Eiar, prima che diventasse Rai. Io ero maestro di piano e di canto, insegnavo le canzoni e tra una nota e l’altra è nato l’amore. All’epoca le nostre carriere erano separate; io cantavo col quartetto maschile, Tata, Felice ed Enrico De Angelis, e le canzoni non si sceglievano, venivano imposte dal partito. A noi andò bene perché ci assegnarono Banzai giapponesina che non era un brano di propaganda vera e propria. Altri dovettero interpretare La saga di Giarabub o Camerata Richard e dopo la guerra si trovarono nei guai». «A me invece - ridacchia Lucia - toccò Caro papà, un brano melodico che fu un successo e commosse tutti, anche perché io avevo una vocina da bambina, il contrario dei toni scuri alla Norma Bruni». Eppure in quel periodo i Cetra erano anche dei trasgressivi che amavano il jazz, la musica proibita dal regime. «Come resistere al richiamo dello swing? Compravamo sottobanco i dischi di coccio di Louis Armstrong, Billie Holiday, Duke Ellington. Poi Tata un giorno, al Mercato delle Pulci di Roma, comprò un album dei Mills Brothers. Lo portò nella sala da biliardo dove ci trovavamo e mi disse: “dai, aiutaci a tirare giù le note di questi pezzi”; cominciammo a trascrivere le note, a creare una specie di spartito e così nacque il nostro nuovo stile». Da un lato fedele ai canoni jazzistici (le versioni di classici come Jazzbo Brown, How High the Moon o delle improvvisazioni di Charlie Parker) dall’altro spassosa elaborazione di un jazz all’italiana, come racconta il brano Se il jazz fosse nato a Roma. Un jazz all’acqua di rose? «Sempre rispettoso della tradizione ma adattato alla nostra cultura - puntualizzano - come Sassofoni e vecchie trombette o il blues Route 66, canto di lavoro dei neri che abbiamo trasformato con parole come “Paisà, stu binario che ce sta a fa’”. Abbiamo addirittura cantato sopra una base musicale orchestrata da Billy Mae facendo credere al pubblico che fossimo in collegamento diretto con l’America. Erano le radici del jazz trasportate in Italia. L’esempio lampante è stato Vecchia America. L’ha scritta Luttazzi ma noi l’abbiamo trasformata inserendo spunti folk, blues, popolari, gag ed è diventata una cosa nuova, un marchio dei Cetra». «Il mio primo amore è stato Armstrong - interviene Lucia - i suoi album li ho scoperti grazie ad un’amica, una ballerina d’opera olandese che viveva a Roma durante la guerra».
Già, la guerra che li divide ma non riesce a separarli. «Per fortuna ci andammo per poco; il pretesto era che dovevamo fare spettacoli per le truppe e gli ospedali militari. Io però fui mandato nella mia Sicilia nella contraerea. Stavo su un treno merci che faceva la spola tra Messina e Palermo con una mitragliatrice del 15 - 18 la cui canna non si sollevava e sparava solo in orizzontale».
Poi la guerra finì e finalmente via con la musica. «Fummo subito ingaggiati per tenere concerti con Gorni Kramer. Al Puccini di Milano, al night Club nero di Napoli o addirittura ci esibivamo per strada sui predellini dei camion, in presa diretta. Quelli erano veri reality show, non questi moderni; là accadeva di tutto, qui anche non volendo si finge. Abbiamo guardato l’inizio del Grande fratello. Ma come si fa a non recitare quando si sa di essere davanti a una telecamera?. Noi eravamo sempre sul filo del rasoio. Una sera al Nuovo di Milano si ruppero i microfoni. Scendemmo in mezzo al pubblico, Kramer fece suonare l’orchestra in sottofondo e cantammo a voci nude. Fu un successo. Che ricordi quei concerti, che emozione cantare Un bacio a mezzanotte vestiti da spazzacamini accanto a Wanda Osiris o con Enrico Viarisio e Elsa Merlini». Allo stesso modo hanno cambiato il modo di fare televisione. «Il varietà non c’è più, era l’evoluzione dell’avanspettacolo teatrale in tv. Noi abbiamo inventato le canzoni-sceneggiate e le opere teatrali, così rivisitate, hanno avuto un successo enorme e sono entrate nella storia della Rai, grazie anche a maestri come Antonello Falqui, uno che ci ha insegnato molto e da noi pretendeva la luna anche quando era nuvolo. Dato il successo in seguito Enzo Tortora ci ha chiamato a rifarle, in un ciclo più ampio, nella gloriosa Antenna 3 dell’epoca». Un’ironia che non piaceva a tutti la loro. Qualcuno li considerava troppo leggeri e irriverenti; altri tempi, pensare che, dopo il loro primo Festival di Sanremo, furono invitati a non presentarsi mai più. «No, grazie, non tornate, voi prendete in giro la canzone italiana», era il messaggio. «In realtà al festival ci diedero una scelta di canzoni scioccherelle come Cirillino C e noi le abbiamo buttate in in burletta così qualcuno s’è lamentato. Così in seguito ci siamo vendicati e le nostre parodie dei brani di Sanremo hanno avuto un successo strepitoso, a partire da Musetto di Modugno, che al festival nessuno aveva notato perché era noiosa, ma noi nelle pause abbiamo inserito degli intermezzi parlati ed è piaciuta molto al pubblico. Persino Mimmo stesso ci ha ringraziato».
Un enorme carnet di canzoni, da In quel vecchio palco della Scala a Però mi vuole bene passando per La vecchia fattoria. «Quel brano ci ossessiona, però era il preferito dal pubblico. È un vecchio folk song irlandese intitolato Old McDonald Had a Farm e l’hanno inciso anche Nat King Cole, Frank Sinatra, Ella Fitzgerald e Rufus Thomas in una straordinaria versione gospel». Ma Virgilio e Lucia non vivono solo di passato. «Lui, da buon etnomusicologo, ha scritto una valanga di libri dedicati alla canzone tradizionale, dai Canti degli emigranti a quelli fascisti a quelli della Liberazione, fino a quelli per bambini insieme a Gianni Rodari, da cui è nato il rapporto con Luciano Berio. «Berio mi ha commissionato L’opera delle filastrocche rappresentata al Maggio Fiorentino e in numerosi teatri italiani come La Fenice, e da lì è venuta un’altra opera per contralto e soprano eseguita a Strasburgo con Salvatore Sciarrino». Due ore di ricordi che coprono più di sessant’anni di storia. Sono le otto di sera, Virgilio deve prendere una pastiglia e fare un riposino. Non resta che chiudere velocemente con l’oggi. «Puntiamo molto sul nuovo cd di inediti, raccolta di canzoni senza tempo. Chi ha subito la scossa dello swing non può amare il rock, ma ci sono tanti ottimi rocker a fronte di tanti ragazzi che fanno solo rumore suonando tre accordi. Tra i cantanti italiani ci piacciono Mina, Baglioni, Dalla, la Mannoia e Samuele Bersani anche se i suoi testi sono troppo ermetici. In tv? Guardiamo Per un pugno di libri e Fabio Fazio con Che tempo che fa».