Cantieri, via chi non rispetta le norme di sicurezza

L’annuncio è di quelli che inaugurano un nuovo corso, che chiudono a doppia mandata le formule logore e le soluzioni già sentite: «La vita è più importante di qualsiasi altra cosa. Faremo tutto quello che è possibile perché venga salvaguardata, cominciando con l’espellere dal nostro sistema associativo le imprese che non rispetteranno le norme fondamentali sulla sicurezza e sul lavoro regolare». Ecco la ricetta contro le morti bianche che Giancarlo Cremonesi, presidente dell’Associazione costruttori edili di Roma e Provincia, ha voluto inserire in apertura della sua relazione annuale pronunciata all’Auditorium. «Obbligheremo le nostre aziende a sottoporsi a controlli sistematici e a organizzare corsi di formazione per i lavoratori stranieri - ha puntualizzato il numero uno dell’Acer - sarà mia cura personale vigilare sull’effettiva adesione da parte degli associati a questo preciso imperativo di condotta».
Una necessità inderogabile, quello della sicurezza, per un settore che gode di ottima salute, che con le sue 35mila imprese e i suoi 230mila addetti contribuisce per il 25 per cento all’economia della provincia di Roma. Con tutte le carte in regola, dunque, per ritagliarsi un ruolo di primo piano per costruire «la capitale del terzo millennio». Magari con qualche correttivo: «È impensabile - ha rilevato Cremonesi - che l’Acer non abbia la giusta rappresentatività in seno ai consigli di amministrazione di soggetti istituzionali che operano in aree nelle quali noi possiamo dare un contributo di proposte, idee e decisioni. Tutto questo è da cambiare». Per riuscire a muovere in maniera efficiente le risorse, a partire dal cosiddetto housing sociale in aree designate, dagli oltre otto miliardi di euro di nuovi potenziali investimenti privati per realizzare 30mila alloggi di edilizia popolare, 20mila posti auto, 13 chilometri di metropolitana e opere minori di arredo urbano.
«Sono interventi che per noi rivestono particolare importanza - ha aggiunto Cremonesi - anche perché sono in grado di coinvolgere operativamente decine di piccole e medie imprese del nostro tessuto produttivo». Un passo in avanti, questo, rispetto al «gigantismo forzato degli appalti», che in precedenza «ha condotto a una innaturale concentrazione di lavori», spesso giustificata più dalla «inadeguatezza della macchina amministrativa» che da concrete esigenze operative.
Così il cerchio si chiude: «La tenaglia rappresentata da tagli artificiosamente elevati degli appalti, da ribassi di aggiudicazione ingiustificabili all’interno di un mercato sano, da ritardi esasperanti nell’incasso dei mandati di pagamento, rischia di stritolare gran parte dei nostri imprenditori specializzati nel settore degli appalti pubblici». Di qui la richiesta avanzata da Cremonesi a Marrazzo di dare un segnale forte e migliori prospettive future sul tema dei ritardi nel pagamento degli stati d’avanzamento.