Una cantilena che ammalia

Il sipario è già aperto, in scena quattro sedie, quattro maschere e due corone di cartone. Stop. La scenografia è solo questo. C'è ancora brusio in sala, le luci non del tutto abbassate quando entrano in punta di piedi quattro attori, volti inespressivi.
È Antonio a rompere il silenzio con voce monocorde: «Veramente non so perché sono così triste». Inizia così il Mercante di Venezia di Massimiliano Civica, per la prima volta sul palcoscenico genovese da quando, nella stagione 2007-2008, ha affiancato Tonino Conte nella direzione artistica del Teatro della Tosse.
Civica presenta uno spettacolo volutamente rigoroso, ridotto all'osso e con una recitazione che, se inizialmente sembra monocorde e, a dire il vero, spaventa anche un po' nei primi minuti, è in grado poi di trasformarsi in una cantilena affascinante che seduce gli spettatori quasi con la stessa malia con cui un incantatore di serpenti riesce a ipnotizzare gli animali. È interessante notare come il climax ascendente che si vive in sala non nasca da una variazione di ritmo sulla scena ma da un coinvolgimento del pubblico che finisce con l'accordarsi alla cantilena e percepire quindi con più forza e pienezza l'incredibile bellezza e attualità del testo shakespeariano a cui lo spettacolo è molto fedele.
Bella la soluzione danzata per la rappresentazione dei corteggiamenti a Porzia, gradevole il controcanto sussurato di Jessica e Lorenzo.
Qualche pecca nella recitazione: svuotarsi completamente di sé e trasformarsi in impassibili manichini è il lavoro più complesso per un attore, pur tuttavia, c'è chi riesce ad essere comunque comunicativo e chi arriva meno generando un certo dislivello che purtroppo rende a volte disomogenea la scena e crea delle sbavature.
Davanti ad un testo volutamente ambiguo fin dal titolo (chi è il mercante? L'ebreo Shylock, che sembra non avere pietà ma solo voglia di vendetta, o Antonio, l'omosessuale non dichiarato che vuole legare a sé il giovane Bassanio prestandogli i soldi per corteggiare Porzia?), Civica non solo ne accetta la natura definendolo «enigma», ma fa anche di più allargando questa chiave di lettura alla realtà. «Enigma è un sinonimo della parola vita - sostiene il regista - cioè della Vita con la maiuscola. Non c'è formula che la spieghi. Enigmatica è ogni esperienza nella sua più alta intensità, nella sua completezza irriducibile all'analisi. La spiegazione è sempre una riduzione, un impoverimento. La vita, al di là del bene e del male, può essere solo accettata, contemplata».