«Cantine aperte»? Sì, ma tutte le domeniche

alla testa del Movimento Turismo del Vino riporti la manifestazione nei binari di un turismo meno episodico e folcloristico, esattamente come fu concepito a Torgiano, dove c’è il più bel museo del vino del mondo.
Paolo Massobrio

Per chi non lo conoscesse, Paolo Massobrio è giornalista e critico enogastronomico, fondatore del glorioso Club di Papillon e autore di numerosi bei libri - l’ultimo è Il Tempo del Vino (Rizzoli) - d’argomento mangereccio e beverino. Uno del mestiere, insomma, e ci lusinga sapere che un pezzo da novanta come lui condivida, per lo meno in questo, lo spirito del Circolo del Tavernello (che è un po’ in sonno, lo so. Ma amici miei, quelli trascorsi non sono stati mesi proprio tranquilli e se non seguitiamo a stare in campana c’è il rischio che testa quedra e i suoi boys ci impongano il «Khvanchkara», vinaccio di seconda molto amato da Baffone o, se ci dirà bene, il «Rosso Stalin» di quel simpaticone di Remo Delmonte da Montecavolo, Reggio Emilia). Concordo – concordiamo – con te, caro Massobrio. Così come sono, le «Cantine aperte» fanno il paio con le notti bianche, riti plebei e ciabattoni che noi del Circolo del Tavernello abominiamo. La nottata di massa, la bevuta di massa, figuriamoci. Bella invece la tua idea delle cantine aperte tutte le domeniche che il buon Dio manda in terra così da poter andar tranquillamente a caccia d’una buona bottiglia senza essere molestati dalla ressa e dagli schiamazzi dei cultori dell’«evento» (che è poi quello che accade al Salone del Gusto. Ci misi piede una prima volta e non ci torno nemmeno se mi pagano). Speriamo proprio che Chiara Lungarotti, la quale oltre essere di dolce sembiante produce anche vini niente ma niente male, accolga il tuo suggerimento. Intanto, sappi che noi del Circolo del Tavernello siamo con te.
Paolo Granzotto