Il «canto bianco» in salsa torinese

Un centinaio di opere di Igina Colabucci Balla è esposto fino al 29 aprile nel refettorio quattrocentesco di Palazzo Venezia (catalogo a cura di Lea Mattarella, Carla Michelli e Stefania Severi). Sculture, dipinti e gioielli che tracciano un’ampia panoramica della produzione dell’artista romana che si muove con la stessa perizia tecnica dalla scultura, come la recentissima fusione in alluminio di un grande albero della vita dai rami intrecciati posto al centro del salone dal quale sembra tutto scaturire e che simboleggia l’intera mostra, alla pittura naturalistica, ai gioielli che rappresentano foglie, alghe e licheni.
La natura nelle sue varie forme, infatti, costituisce uno dei fili conduttori dell’artista, amante delle piante, degli animali e dell’uomo, tutti creature di Dio. Bellissimi i suoi gatti di bronzo colti nella vivezza della loro espressività e i pesci in terracotta, ognuno diverso dall’altro come ritratti. I grandi recenti pannelli di foglie e frutti dell’autunno e di pesci e alghe nere fanno da contrappunto ai pesci, alle conchiglie, ai fiori dipinti negli anni ’70, ma con qualche elemento gioioso in più e una sinfonia di colori che è un inno alla vita.
Se nella pittura l’artista rivela la sua adesione al mondo vegetale e animale, nella scultura suo primo amore, la sua vena creativa si tinge di elementi spirituali. Sia che adoperi la creta, la terracotta, il bronzo o la resina, sia che si tratti di bozzetti o di sculture monumentali, l’insieme della sua scultura rimanda nel suo dinamismo, nella leggerezza del volo, nella simbologia delle mani, a un significato ulteriore. Implicito nella produzione profana come La donna vela e gli Amanti, la serie di grandi statue esposta nel cortile del palazzo, esplicito nel caso della ricca produzione sacra. Si pensi a quell’originale monumento al pellegrino posto sulla via Francigena a Torrenieri, costituito da due piedi rivolti verso l’alto «a sublimare la fatica fisica, l'instancabile andare, ma anche la rivoluzione che il pellegrinaggio apporta all'animo di chi lo vive», scrive Stefania Severi, o alla terracotta invetriata di Santa Caterina da Siena stretta alla Croce, splendida sintesi di fede e ragione.
Ma «l’energia creativa e la forza vitale dell’artista», dice il professor Strinati, si esprime anche nella creazione di monili d’argento e argento dorato che richiamano il mondo vegetale. Sono alghe e licheni, declinati in mille diverse combinazioni, appoggiati delicatamente nel grembo di foglie di terracotta.
Palazzo Venezia, tel. 06-69994336. Orario: 9-19, compresi domenica e festivi, chiuso il lunedì e martedì 10 aprile. Ingresso libero.