Il canto del cigno di Bersani: dal Pd a Sanremo

RomaA Sanremo non ci sarà Morgan (troppo crack, hanno deciso i probi viri di Mamma Rai), ma ci sarà il segretario del Pd.
Per il suo debutto al festival (nel pubblico, non tra le Nuove proposte), Pier Luigi Bersani ha scelto l’understatement: niente prima fila (lui voleva mimetizzarsi nelle ultime, il suo staff lo ha convinto ad avanzare fino almeno alla decima); niente codazzo da vip, ma solo la figlia diciassettenne Elisa. L’effetto telecamera è comunque assicurato, e in campagna elettorale tutto fa brodo.
L’idea di unirsi al pubblico nazional-popolare del Festival è venuta al segretario del Pd in persona, notoriamente un patito di musica, e al suo braccio destro Stefano Di Traglia. E Bersani la spiega come una scelta tutta politica: «Il Pd è un partito popolare, senza snobismi, che va dove c’è la gente. Dove la gente ha dei problemi e soffre, ma anche dove si diverte», confida in un’intervista al magazine femminile «A». In verità negli ultimi anni la gente è in fuga dalla gran kermesse televisiva di Sanremo, in costante calo di ascolti, ma il Festival resta un’istituzione, e il Pd non può non difenderla.
Ma c’è di più: Bersani ha anche in mente un colpo a sorpresa, un incontro proprio nei giorni del Festival con il reprobo Morgan, il cantante ex Bluvertigo che doveva essere in gara tra i possibili favoriti ma che ha pagato care le sue dichiarazioni sull’uso di droghe. Che hanno suscitato un grande scandalo e portato alla sua espulsione dalla kermesse canora. E tra i primi a difenderlo dal polverone ci fu proprio Bersani: «Certamente ha dato un cattivo insegnamento, ha sbagliato, ma non possiamo massacrarlo: dobbiamo dargli un’altra possibilità». I due già si conoscono, e si stanno simpatici: due anni fa, da ministro dell’Industria, durante una delle veltroniane Notti Bianche di Roma, Bersani aveva invitato Morgan e altri cantanti ad esibirsi al museo dello Sviluppo economico. Del resto il leader del Pd è un appassionato di musica dai gusti eclettici e un cantante dilettante: voce baritonale, fa parte del coro del suo paese, Bettola; ha persino duettato (in una casa privata) con Katia Ricciarelli in arie del Don Giovanni mozartiano ma spazia dalla lirica all’hard rock anni Settanta al punk (ogni tanto viene avvistato in localini alternativi ad ascoltare gruppi esordienti) alla musica italiana. Se Veltroni aveva Jovanotti come testimonial, Bersani preferisce il meno zuccheroso Vasco Rossi: che gli ha offerto, senza chiedere il copyright, lo slogan con cui ha vinto il congresso Pd: «Voglio dare un senso a questa storia».
L’annuncio della presenza del segretario Pd a Sanremo non poteva passare inosservato. E la rivista finiana Farefuturo apre il dibattito culturale sul tema. «Proponiamo uno scambio alla nuova sinistra “fiori e canzonette”. Volete Sanremo? Prego, è tutto vostro. Noi, però, vogliamo in cambio i migliori esponenti della tradizione cantautorale italiana: da De Gregori a Vecchioni, da Branduardi a Battiato, da Fossati ai fratelli Bennato e Guccini». Pronta la replica di Bersani, che nega la contrapposizione: «La vita spericolata di tantissimi cantautori è cominciata proprio sulle tavole dell’Ariston: da Gino Paoli a Lucio Dalla, da Rino Gaetano, da Pino Daniele a Luigi Tenco». Il quale, per la verità, proprio a Sanremo si suicidò.