Dalla: "Canto gli opposti e il mito di Valentino Rossi"

Nel nuovo cd "Il contrario di me" i brani "Due dita sotto il cielo" sull'asso della moto e "Liam", ispirato al film di Ken Loach su uno spacciatore

Milano - C’è la voglia «d’una vita pulita/come l’acqua di lacrime/d’un bambino la sera». Ma pure l’accettazione di quanto la vita sia, al contrario, «bislacca, scassata, opaca/perfino di merda», e intrighi anche per questo. E c’è l’affascinato stupore di sapersi cittadino d’un «mondo ribaltato/dove il cielo si mischiava al prato», e dove ogni cosa è anche la propria antitesi. Dunque Il contrario di me, nuovo album di Lucio Dalla a quattro anni dal precedente, è un disco, come da titolo, sugli opposti che si respingono e però si sovrappongono, facendo di ognuno di noi un intreccio di alterità contrapposte. Insomma un lavoro, a suo modo, «filosofico», nonostante l’assenza assoluta di spocchia, anzi la linearità in cui Dalla riesce ad ambientare la profondità, vorrei dire la preminenza del pensiero.

Che non esce di certo umiliata, semmai esaltata a contrariis, da queste melodie agili, rampicanti, arrangiate con verve guizzante e squarci di lirismo, senza mai disgiungere lo spessore dalla leggerezza. Si tratti di evocare memorie d’infanzia (Lunedì) o di rendere omaggio a Valentino Rossi (Due dita sotto il cielo), di inventare l’inattesa preghiera di Inri («Abbiamo tutti voglia di abbracciarti/mi senti? mi senti?») o di ricollocare la temperie felliniana di Rimini tra sogno e attualità. Gli opposti, appunto: la sensualità e la religiosità, la precarietà e l’infinito, l’Io e il suo prolungarsi negli altri, e nelle musiche la stessa molteplicità coerente, i cori fastosi e la solitudine d’un violino, i ritmi vispi e gli slanci sinfonici, le melodie ondose e lo scat acrobatico per cui Dalla è celebre.

«Del resto - dice lui, sornione - faccio cose che nessuno mi ha chiesto: se a farle non fosse il mio contrario non nascerebbero». Per esempio quest’album «fatto con allegria e senso della vita nei ritagli di tempo, tra regie teatrali e operistiche, concerti, lezioni universitarie, colonne sonore». Nato dunque da un’urgenza interiore? «Macché, non sono solito raccontare quello che è dentro di me, ma quello che mi nasce dagli incontri, dal mondo, dagli altri». Traducendo questo patrimonio di rimandi, mi vien da dirgli, in termini di levità assoluta, senz’ombra di sentenziosità: «Hai ragione - ammette - amo quel tipo di leggerezza che impari vivendo a trecentosessanta gradi, da cane sciolto. Ma attento: non c’è niente di più pesante della leggerezza finta, quella vera la impari ascoltando la gente, non quando pensa ma quando sente».

Ecco da dove viene la semplicità così densa di un album come Il contrario di me, semplicità che «dopo tutto ci è già mostrata dal vangelo: ho letto il libro di Ratzinger sull’amore, libro che ovviamente non è per niente stupido. Però c’è bisogno di spiegare le parabole? Il messaggio del cielo, lo dico da credente, è così chiaro, così semplice. Hai presente?, beati i poveri di spirito». Il riferimento non è arbitrario, in fondo anche quest’album è fatto di parabole: da Inri dove il diavolo, «che sono io, rivolge una preghiera a Dio e viene bandito dall’inferno», a La mela dove Adamo ed Eva «s’incontrano a Gallipoli dopo milioni di anni», a Liam «suggerita da un film di Ken Loach su un sedicenne spacciatore di droga, con la madre in galera: io ci ho visto un Cristo rovesciato ma egualmente attendibile», simile forse al protagonista di 4 marzo ’43. Fino alla canzone su Valentino Rossi, «visto non come campione sportivo ma come campione d’umanità, come già avevo fatto cantando Nuvolari, Baggio, Senna e magari anche Caruso. Consapevole che l’anima - e questo è in fondo il significato di tutto l’album - è più importante dei polmoni, ti consente di scoprire il senso miracoloso delle cose, le peculiarità d’un tramonto e la sua diversità dagli altri tramonti, il misticismo per la vita».