Cantoni: «La mia rivoluzione per la Liguria e per l’Italia»

(...) firma in questo colloquio col Giornale una vera lectio magistralis di liberalismo. Lezione perfetta soprattutto per coloro che si riempiono continuamente la bocca della parola «liberale» senza sapere nemmeno lontanamente dove sta di casa il liberalismo e magari sfilano a Sestri Ponente per difendere un cantiere «che deve continuare a costruire navi» anche se non ci sono più ordini di navi. Quindi partiamo proprio dal particolare, dalla Liguria, per arrivare al mondo.
«Guardi, credo che il caso Fincantieri sia proprio una cartina di tornasole. Una razionalizzazione aziendale può essere dolorosa, ma la globalizzazione dei mercati la rende inevitabile. L’amministratore delegato Giuseppe Bono ha ragione, il problema è che serve anche un sindacalismo completamente diverso da quello odierno». Dietro la lavagna del professor Cantoni finisce il modello di sviluppo di Genova, come quello di tante parti d’Italia «legato a un posto di lavoro che è un posto, ma senza il vero lavoro». Dove l’impiego è considerato «quasi come un ammortizzatore sociale», una situazione ormai inaccettabile.
Dal piccolo mondo antico del sindacato legato a un modello novecentesco e fordista al piccolo mondo ligure che vediamo tutti i giorni è un passo: «Pensate a Riva Trigoso. Io stesso, quando posso, vado a fare il bagno lì, perché c’è il più bel mare della Liguria. Che senso ha continuare a intestardirsi con la navalmeccanica, quando si potrebbe sfruttare un paesaggio unico al mondo per attività legate al turismo?». E Genova? «Una città unica al mondo per storia e bellezza che, però, si porta dietro il modello ormai superato delle Partecipazioni Statali e non riesce a liberarsene».
E l’assistenzialismo che condanna Genova alla subalternità si incontra con la difficoltà a cambiare il nostro Paese, con la stessa vischiosità sociale: «Le prime esigenze per l’Italia sono una riforma fiscale, una riforma della giustizia e una riforma delle pensioni. Ma si scontrano con le corporazioni che bloccano tutto».
Qui, Cantoni fa anche nomi e cognomi dei nemici della modernizzazione, non risparmiando nemmeno mondi che, in qualche modo, sono vicini al centrodestra: «Ribadisco che serve un sindacalismo diverso, ma sono tutte le corporazioni che devono cambiare, a partire dagli ordini professionali che hanno fatto le barricate sulle riforme. E poi servono cambiamenti epocali come l’abolizione del valore legale dei titoli di studio. Non vorrei dover gettare la spugna prendendo atto che questo Paese è irriformabile».
Eppure, ci sono anche buone notizie per l’Italia. Ad esempio, leggendo i dati, si nota che, sommando debito pubblico e debito delle famiglie, siamo messi meglio di tanti altri, Germania, Francia e States compresi: «Il nostro è un Paese che lavora, produce e risparmia. Siamo la seconda industria manifatturiera d’Europa e la situazione italiana è ben solida e trasparente nei conti e sotto controllo».
E giù raffiche di dati a dimostrare il tutto. Con un obiettivo ben preciso, liberalizzare per far spazio ai giovani: «Sono loro ad essere i più svantaggiati dalle barriere all’entrata, a non poter esprimere il proprio talento in professioni ermeticamente chiuse a nuovi apporti». E la chiusura è totale, anche fra gli imprenditori che salgono in cattedra e pretendono di dare lezioni a tutti: «Anche lì ci sono barriere e sono quelle determinate dal modo in cui le grandi banche concedono il credito solo a imprenditori con un “passato” tipicamente riconducibile a una famiglia, a un padre o a una madre che hanno lasciato un’eredità di impresa. Ma le barriere sono anche quelle determinate dalla capacità delle imprese che esistono di attingere a quella grande fonte di sussidi che è la cosa pubblica: i sussidi sono un aiuto a chi c’è già, contro coloro che, un giorno, ci potrebbero essere». Ascolti Cantoni e ti trascina, ti conquista, ti affascina con il fascino del pensiero liberale, della voglia di una rivoluzione pacifica, della politica che non è, non solo, poltrone e sottosegretari.
Ribadisco: lui non ne vuole sapere. Ma, con idee come queste, sarebbe un perfetto leader per il Pdl ligure. Che, comunque, da questo credo liberale, liberale vero e non per autocertificazione, deve ripartire.
(3-continua)