La «canzone lunga» di un popolo indomito

L’ingresso nella «porta del suono»: così la reporter della Bbc Corine Sombrun descrive la sua iniziazione presso gli sciamani mongoli, di recente tradotta da Piemme con il titolo Il cammino della sciamana (pagg. 216, euro 14.50). E il suono è appunto uno dei protagonisti delle celebrazioni degli 800 anni della proclamazione di Temucin a «Gengis Khan», signore universale, padrone del grande impero della Mongolia. Il suono dell’urtyn duu, la «canzone lunga», forma ufficiale della musica mongola, le cui parole narrano le storie della steppa. E il suono del morin huur, lo strumento nazionale, simile per aspetto al nostro violoncello, che accompagnerà ogni festa. La leggenda narra che lo strumento nacque per mano di un nobile cavaliere mongolo cui la fidanzata gelosa fece morire il magico cavallo alato grazie al quale il giovane era sempre in viaggio. La criniera dell’animale morente, se accarezzata, produceva un suono meraviglioso. Lo stesso che oggi si può ascoltare quando il morin huur, ricavato da crini e pelle e con una testa di cavallo scolpita al posto del nostro tradizionale «riccio», si esibisce come solista.
Nel 1206 venne festeggiato il primo Tsagaan Sar della storia mongola. Tsagaan Sar, «luna bianca». È con queste parole che i Mongoli designano il Capodanno. Alla fine di gennaio, tutta la Mongolia si ferma per tre giorni: all’interno delle case o delle tipiche gher, le tende basse e ricurve, ampie quanto un monolocale, che si montano e si smontano in meno di due ore, vengono cucinati centinaia di buuz, i tradizionali ravioli ripieni di carne di montone, accompagnati da vodka e airag, il latte di cavalla fermentato. Quest’anno lo Tsagaan Sar è caduto il 31 gennaio e ha segnato l’inizio di festeggiamenti che dureranno per tutto il 2006, sostenuti anche dalle Nazioni Unite, grazie a una risoluzione che approva lo sforzo dimostrato dal Paese per preservare la cultura e le tradizioni nomadi. E i mongoli non si sono risparmiati, a cominciare dalla decisione di ribattezzare l’aeroporto della capitale Ulaan Bataar, il «Buyant Ukhaa Airport», per dedicarlo a Gengis Khan, ormai divenuto per la popolazione il simbolo di uno spirito di appartenenza indomito e immutabile nei secoli.
Nei primi mesi dell’anno sono state organizzate manifestazioni di ogni genere: competizioni sportive di corsa a cavallo, lotta e tiro con l’arco - i tre sport nazionali -, mostre d’arte, celebrazioni folcloristiche e festival di canti, maschere e danze tradizionali. Ma il culmine dei festeggiamenti avrà luogo nei prossimi due giorni: domani mille cavalieri si esibiranno in una parata rievocativa delle conquiste di Gengis Khan e l’11 luglio ottocento morin huur e altrettanti cantanti apriranno la «Great Mongol Art Exhibition» al Central Stadium di Ulaan Bataar. Si prosegue fino alla metà di dicembre, con forum di poesia, convegni di studiosi della Mongolia, mostre fotografiche, pièce teatrali, secondo un programma reperibile in inglese sul sito www.mongolia800.mn.
Alle celebrazioni partecipa anche l’Italia - e come potrebbe essere altrimenti, dopo che il ct della nazionale di calcio mongola ha confessato di tifare per la nostra squadra ai Mondiali? - con il concerto di Franco Battiato, Teresa De Sio e Cristiano De André, che si esibiranno a Ulaan Bataar il 12 luglio insieme con il Morin Huur Ensemble, una delle formazioni più prestigiose della musica mongola.