Canzoniere amoroso, nel nome del padre

I versi di Daniele Piccini ispirati alla figura paterna. Ferite, dolore e ricordi sull’orlo della trasfigurazione

La figura paterna sembra, a partire da un certo momento delle vicende poetiche novecentesche, acquistare una sorta di ruolo preminente, quasi di tono fondamentale su cui modulare un canone. Vengono in mente alcune poesie di Sereni, di Raboni, Cucchi, De Angelis. Come se le varie strategie di sublimazione o mitologizzazione avessero dichiarato fallimento per lasciare il posto a una forma di rievocazione diretta, immediata, frontale. E alla verbalizzazione non più censurata di ferite primarie che nessuna considerazione sulla tragica naturalità del vivere riesce a sanare, addolcire.
Premesso questo, non è strano che la visione del padre morto invada tanto spesso le pagine dei nostri autori. Ignoro se Daniele Piccini è consapevole della radicale modernità di questo suo Canzoniere scritto solo per amore (Jaca Book). Non lo credo, dato il pathos che lo attraversa e lo porta dentro continui, ostinati, dolenti attraversamenti della memoria più recente. La figura del padre non è, in Piccini, lontana. Forse, non ha ancora raggiunto le regioni in cui ripresentarsi trasfigurarta, ossificata, simbolificata. Certo, anche questa seconda (e peggiore?) morte dovrà avvenire, ma sarà più avanti, chissà dove e quando. Per adesso, il dolore è fresco, recente, inelaborato e dunque ottuso, infantile. Il padre ritorna da un presente appena svanito, è «carne ed ossa» prima che spirito, è presenza semireale, non ancora immagine fissata in un altrove totale. E tuttavia proprio tratteggiandone, descrivendone la figura, Piccini non riesce mai ad arrivare in fondo, e si accorge che non può più darne un quadro, una versione attendibile. Restano zone di incompletezza, di opacità. Proprio quando la tensione rievocativa sembra aver acquistato uno slancio tale da restituirci chi non c’è più con le sembianze di chi ancora esiste, lì inizia il contromovimento della disillusione: Piccini riacquista, improvvisamente, la consapevolezza del fatto che sta parlando di uno scomparso, che la sua non è e non sarà mai descrizione ma ricordo, soltanto ricordo.
In questo stupefatto ritorno alla realtà della vita il gesto dello scrivere ritrova la compostezza che, per un attimo, aveva forse perduto. E il dolore appare accresciuto in tutta la sua crudele, trionfante elementarità: i «nostri» viaggi fuori dal presente, quelli durante i quali ritroviamo i morti, sono brevi, brevissimi. Cominciano, svaniscono. Può essere che non portino da nessuna parte. O al nulla.