Caos Campania: o voti uomo e donna o non vale

RomaVotantonio e poi votantonia. In una politica che ancora stenta a declinarsi al femminile, e per questo ricorre affannosamente a stratagemmi come le quote rosa, il caso delle prossime regionali in Campania è una curiosa anomalia. Che, come spesso capita con le anomalie, rischia di produrre soprattutto confusione tra gli elettori.
Tutto comincia nella primavera del 2009, quando in un rigurgito di pariopportunismo il consiglio regionale campano dopo una seduta infinita approva tra contrasti una legge elettorale che prevede la possibilità per i cittadini di esprimere due preferenze, con l’obbligo della differenza di genere tra le due. Caso unico in Italia, gli elettori possono insomma votare un candidato uomo e uno donna. Ma non due uomini né due donne, pena l’annullamento della seconda preferenza. Il tutto sommato alla previsione di quote di riserva nelle liste, che dovranno contenere almeno un terzo di rappresentanti del gentil sesso. E su quest’ultimo fronte altre regioni sono state più «galanti», dividendo a metà gli elenchi dei candidati.
Il meccanismo campano è stato pensato per aumentare le chances di riuscita delle candidate, ma è lungi dall’essere ben oliato. E soprattutto, ricordano in molti, non è stato sufficientemente pubblicizzato sul territorio. Con il rischio di vanificarne gli effetti.
Il governo, peraltro, contro questa legge aveva fatto ricorso alla Corte Costituzionale. Ritenendo che il principio della preferenza di genere «introdurrebbe una limitazione disuguagliante», poiché discrimina candidati dello stesso sesso, in caso di seconda preferenza, premiando comunque il primo e lasciando il secondo a bocca asciutta. Ma la doppia scelta «uomo/donna», ha reclamato ancora l’esecutivo, renderebbe anche meno libero il voto espresso dall’elettore, vincolando la seconda preferenza a un genere differente dalla prima. E quindi limitandone la scelta.
Ma per la Consulta, che ha deciso a fine dicembre, è tutto ok, soprattutto perché la nuova norma non permette di «prefigurare il risultato elettorale» alterando la composizione del consiglio rispetto a una elezione «tradizionale» né incide sulla «parità di chances» di candidati e candidate.
Se è così ci sarebbe da chiedersi, e da chiedere ai giudici costituzionali, a che cosa serve allora questa legge, ma tant’è: a fine marzo in Campania si voterà con il meccanismo della doppia preferenza, e le «coppie» sulle schede dovranno rigorosamente essere eterosessuali. Alla faccia di pacs e unioni civili.
L’escamotage potrebbe portare alla nascita della «galanteria politica», con relativo corteggiamento a fini elettorali tra candidati obbligatoriamente di genere diverso. C’è da scommettere, per esempio, che tra i candidati uomini saranno in molti a proporre un accordo a Mara Carfagna, capolista per il Pdl proprio in Campania, a sostegno del candidato del centrodestra Stefano Caldoro, sfruttando la scia di popolarità e appeal della giovane ministra. Ma non è da escludere qualche pittoresco ticket matrimoniale, con candidati uniti nella vita che, per sfruttare la nuova opportunità, e i vincoli della doppia preferenza, provino a correre insieme anche nell’urna.
«In effetti non pensavamo che questa legge sarebbe passata indenne al vaglio della corte Costituzionale. Ma se non altro, in caso di doppia preferenza a candidati dello stesso sesso, si annulla solo la seconda, e non tutta la scheda. Quindi il rischio di una valanga di voti nulli in Campania non c’è, per fortuna», osserva Ignazio Abrignano, parlamentare del Pdl e responsabile del settore elettorale del partito. Che punta il dito sul pericolo di una scarsa efficacia del provvedimento per «spingere» le donne in politica. «Mi chiedo quanti degli elettori che tra meno di due mesi andranno a votare conoscono questa novità. Di certo raccomanderemo ai nostri candidati di divulgare il meccanismo, di spiegare ai propri elettori come funziona. Poi, naturalmente, speriamo tutti che nelle liste degli eletti ci siano più donne. Perché il problema c’è».